Il cielo è azzurro sopra Amsterdam

TL;DR

  • Rischio di infarto e di congestione per arrivare in tempo per urlare Litaliachiamòssì.
  • Primo tempo interessante, intervallo virtuale, secondo tempo planare.
  • Donnarumma è un comico mancato.
  • Romagnoli è un contadino mancato.
  • Ne usciamo vittoriosi, sia io che il mio esofago.

Io so benissimo che non si resiste davanti al racconto di una partita. In questo ci ho messo anche un po’ di foto, per alleggerirvi la lettura. Credo di non aver scritto qualcosa di così lungo neanche per Neuro 2016, la scorsa estate.
Ma andiamo con ordine.

Il pre-partita


Abbiamo comprato i biglietti quasi un mese fa. A dire il vero, abbiamo quasi dimenticato di avere una partita da vedere, tant’è che il clamore e l’ansia da prestazione sale solo ad otto ore dal fischio di inizio.
In ufficio, i colleghi olandesi sono convinti dell’ennesima debacle. La recente, bruciante sconfitta contro la Bulgaria ha messo a serio repentaglio la qualificazione degli Oranje ai prossimi mondiali di calcio.
Spiego ad uno di loro che, in queste occasioni, l’Italia gioca svogliata, remissiva, “come fosse un favore”. I Paesi Bassi avrebbero trovato terreno fertile per una possibile rinascita. Lui, rassegnato, mi augura una buona visione.
Non li vedo così imbronciati dall’esito dell’Europeo svoltosi in Polonia e Ucraina nel 2012. Allora, le strade erano addobbate d’arancio da giorni e l’Olanda aveva già vinto il torneo. Purtroppo uscirono ai gironi, dopo tre sconfitte consecutive. Mi è tutt’oggi impossible descrivere il silenzio dopo la terza sconfitta, quella col Portogallo.

Devo raggiungere Simone. “Facciamoci delle birre in centro”, mi scrive. E mi lascia a pascolare lungo Rokin per una buona mezz’ora.
Dopo aver finalmente appurato la sua posizione, ci incontriamo davanti allo Schuim di Spuistraat per una comodissima birra pre-partita. Una Zatte per lui e una Weihenstephaner per me.
Ci raggiunge anche Giacomo da Haarlem, al quale Simone offre una Hoegaarden.
Tra un sorso e l’altro, arrivano le sette e un quarto. La birra torbida mette appetito a tutti e tre. Pensiamo di trovare un kebabbaro aperto lungo la strada che ci divide dalla fermata di Nieuwmarkt. Dietro le spalle di Simone, però, scorgo il nuovissimo Butcher. Ottima idea per la qualità, pessima idea per il tempo a nostra disposizione.
Alla metro 54 occorrono quindici minuti per portarci da Nieuwmarkt a Bijlmer-ArenA, ma dal Butcher a Nieuwmarkt ci occorrono almeno dieci minuti, fatti a passo spedito, con l’elevato rischio di riproporre l’hamburger.

 

Giacomo inganna l’attesa con l’account Instagram di Diletta Leotta.

Come ampiamente previsto, ma con la massima noncuranza, i tre hamburger arrivano dopo venti minuti. Li mandiamo giù come farebbe Poldo, l’amico di Braccio di Ferro.
Percorriamo con passo spedito le zone più trafficate della città. Tagliamo prima piazza Dam, dribblando la moltitudine di turisti. Proseguiamo per Warmoestraat, imbucando uno dei vicoli che porta verso il Red Light. Da dietro le vetrine ci osservano con sguardo interessato, ma non badiamo al canto delle sirene e puntiamo dritto verso Nieuwmarkt. Attraversiamo uno degli incroci più pericolosi del centro di Amsterdam, per poi scendere alla fermata della metro.
Io ho perso la chipkaart qualche giorno prima, quindi devo fare il biglietto. Sono le otto e dieci e la metro passa tra otto minuti. Davanti a me, una coppia che sapeva di Jack Herer tenta di acquistare due biglietti. La vedo male. Mi rendo conto che li potrei aiutare, ma il mio cervello si spegne inebriato da quell’odore. I due figli del THC ce la fanno e mi lasciano il posto. Voglio essere il più rapido possibile, ma non ho fatto i conti con il touchscreen delle biglietterie automatiche GVB. Premo sul vetro quasi a piegarmi le dita e, dopo una serie di sforzi sovrumani, acquisto il mio biglietto. Ci vorranno almeno venti minuti per recuperare l’utilizzo dei miei pollici.
Corriamo sul binario e la metro passa dopo appena un minuto. Con le falangi premo il bottone della porta del vagone ed entriamo.

La metro è piena di tifosi, sia italiani che olandesi. Regna un clima di festa, anche se contenuta. Quando scendiamo dal nostro vagone sono le venti e trenta. Abbiamo appena un quarto d’ora per arrivare puntuali al fischio d’inizio.
Da bravi italiani, non vogliamo perdere l’inno, quindi corriamo. Ad ogni passo malediciamo sia le birre dello Schuim, che gli hamburger del Butcher. E, ad ogni passo, sia le birre che gli hamburger si fanno sentire nell’esofago.
Arriviamo davanti all’ingresso Zuid M (Sud M), quando mi vengono in mente due idee: una degna di nota, ovvero chiedere a Simone quale sia il nostro ingresso; l’altra degna di bastonate, ovvero andare a ritirare banconote al Bancomat. Ad ora, è passata una settimana da quel prelievo e non ho utilizzato neanche un centesimo di quei venti euro. Per fortuna, ho amici che mi vogliono bene.
«Ingresso Noord A» sentenzia Simone, e quella scritta “Zuid M” è una gran brutta notizia. Circumnavighiamo l’intero stadio, per poi scoprire che avremmo fatto prima a girare dal lato opposto. Noord G, F, E, D, C, B ed infine A, l’ingresso con la fila più lunga.
Da bravo italiano, mi intrufolo tra un olandese ed un altro, e scorgo in lontananza l’esatto punto in cui avevo chiesto a Simone verso quale ingresso saremmo dovuti andare. Mi taccio, che è meglio, e continuo a far finta di niente, mentre passo davanti ad almeno cento persone. Mi porto dietro gli altri due come un padre premuroso.
Arrivo ai tornelli e tutto va liscio come l’olio. Ho tagliato la barba la settimana prima, non ho nulla da temere. Quando sia Simone che Giacomo superano i controlli, guardiamo gli orologi. Sono le venti e quaranta. Dall’interno dello stadio arrivano i primi cori. È quasi ora.

Saliamo le scale normali a due a due, per andare verso le scale mobili, che sono piene di gente e vanno lente come lumache a cavallo di tartarughe. Non possiamo aspettare. Ci mascheriamo da Usain Bolt e iniziamo la corsa verso il nostro settore.
Da dietro un muro, scorgiamo l’ingresso ad una scalinata interna, sul quale campeggia un’insegna “Vak 418-425” (Settori 418-425). Il nostro è il 419. Quella è la porta giusta.
Una volta dentro, incontriamo il vero nemico della serata: una scala a chiocciola di cemento armato, larga poco più di tre metri e alta almeno cinquanta. I gradini sono più alti che larghi, in classico stile olandese. Corriamo tanto, il fiato manca già dopo i primi due piani. Sento la gravità buttarmi indietro, il cuore in preda ad un ritmo tribale, il respiro mancare.

Credo anche di aver visto Madonna.

Per almeno due volte credo di essere arrivato a destinazione, invece no. Ingegnere di merda.
Quando finalmente arriviamo al nostro piano, corriamo verso il settore 419. Facciamo vedere i nostri biglietti due volte nell’arco di due metri, e non sto esagerando. Il sangue non arriva più al cervello per colpa della corsa. Solo più tardi capirò che il primo controllo era per confermarmi il settore, il secondo per indicarmi quale direzione prendere per raggiungere il mio posto.

Quando mi torna la vista, riesco a riconoscere il simpatico faccione di Seedorf sul maxischermo. Il colpo d’occhio è quello delle grandi occasioni. Quasi tutta la curva nord è abitata dai colori azzurri. Sulle tribune i colori delle squadre si alternano regolarmente. La curva sud, invece, è interamente arancione.
L’orchestra si è disposta a centrocampo. È il momento degli inni. Come da tradizione, si parte dall’inno della squadra ospite. L’ArenA s’è desta. La voce delle migliaia di italiani accorsi a vedere la propria nazionale tuona dentro e fuori lo stadio. Poi parte l’inno olandese. Vabbè.
Do uno sguardo al campo. Un manto verde intatto, perfetto, illuminato a regola d’arte. Un pensiero va ai tanti campi di patate della nostra Serie A. Un altro va alla mia gola secca. E la domanda sorge spontanea: “Dov’è la mia birra?”.

Il primo tempo

Le aspettative di un’Italia migliore dell’Olanda non sono deluse. I primi dieci minuti parlano di un’Italia solida, che concede poco e crea pericoli, a cominciare da Eder. La storia, però, ha un piano diverso.
Loro la mettono dentro per primi, è la dura legge del gol. Klaassen e Promes triangolano al limite dell’area, il secondo la mette in mezzo per la finalizzazione. Donnarumma non ha tempo di fare i conti con il flipper che Ventura gli ha messo davanti come difesa. La palla carambola prima sulle caviglie di Bonucci, poi sul collo del piede di Romagnoli, che svirgola neanche giocasse in terza categoria e spiazza il giovanissimo portiere rossonero.
I tifosi olandesi non ci credono, tant’è che l’esultanza è più contenuta del previsto. Sarà anche per il modo in cui i propri beniamini sono appena passati in vantaggio.
Neanche il tempo di spostare le telecamere verso il centrocampo, che gli Azzurri corrono ai ripari. E lo fanno sotto i nostri occhi. Da lontano vediamo Verratti che cerca la torre di Immobile con un lancio preciso al millimetro. Il biondo attaccante napoletano si fa anticipare da Hoedt, che di testa la toglie dall’area. Eder la controlla e la calcia benissimo, gol da manuale. Il mio cappotto vola dalle mie ginocchia a qualche gradino più giù. La signora olandese al mio fianco, ancora impegnata a festeggiare il rocambolesco vantaggio degli Oranje, si blocca come se qualcuno avesse premuto il tasto “pausa” nella sua esistenza.
Un ragazzo mi riconsegna il cappotto, ridendo. Mi scuso per l’enfasi, ma quando c’è l’Italia in campo non mi mantengo.
Gli olandesi ci credono, non si danno per vinti. Il nostro palese scazzo, invece, ci porta a tremare sui seggiolini rossi dell’Amsterdam ArenA quando Indi svetta su Romagnoli e colpisce la traversa. Voci di corridoio rivelano che la traversa abbia tremato all’unisono con i nostri glutei per i successivi cinque minuti.

In tribuna, l’argomento che va per la maggiore è trovare un mestiere alternativo a Romagnoli che, fino a quel momento, ha dimostrato di saper far tutto, tranne che il centrale. Un ragazzo torinese dietro di noi lo vede bene come steward, tanto è il disinteresse per la partita che il difensore milanista sta dimostrando.
Qualche minuto più tardi, Romagnoli dà conferma di quanto appena detto. Su calcio d’angolo di Verratti, cerca l’incornata ma manca clamorosamente la sfera. Dietro lui, un prontissimo Parolo sfiora l’eurogol, negatogli da un reattivo Zoet. Il portiere olandese sfodera il miracolo salvando la propria porta, ma la palla finisce sui piedi di un rapace Bonucci, il quale la butta dentro quasi a lacerare la rete.

 

I futuri colleghi di Romagnoli.

Mentre Leo centrifuga il suo volto con l’indice, in curva si scatena il delirio. La signora olandese che siede di fianco a me si converte seduta stante al cattolicesimo ed estrae il rosario, spaventata dalla reazione degli italiani che la circondano, me compreso. Gli olandesi del nostro gruppo fissano un punto nel vuoto. Irripetibili gli epiteti a loro rivolti dai loro amici italiani.
Quando si affievolisce l’entusiasmo per il gol, ecco che da qualche gradino più in alto si sente sbraitare un nobiluomo che vuole condividere un messaggio sottile con un destinatario ben preciso: “Calcio totale ‘sto cazzo!”.
L’ultima emozione del primo tempo la regala Promes, che si infila tra tre difensori italiani come il grissino col tonno Rio Mare. Fortunatamente per noi, la spara al primo anello della curva sud. La signora accanto a me crede che il miracolo può accadere, ma sei giri di rosario sono troppo pochi e parte col settimo. Uno dei torinesi dietro di noi seda le speranze olandesi: “Ma dove andate, che per cena avete mangiato pane e bitterballen?”.

La pausa

Arriva l’intervallo. Democraticamente, obbligo Giacomo ad andare a prendere da bere. Simone non apprezza il mio spiccato senso democratico e si offre volontario. Il nostro eroe tornerà in tempo per il fischio d’inizio del secondo tempo.
Purtroppo per lui, non assisterà alla vera emozione della serata. Mentre tutti si dirigono a comprare cibo dalle dubbie fattezze e birra dal dubbio gusto (Heineken, sounds bad), io e Giacomo rimaniamo a commentare le sorti della partita.
Nonostante sia milanista, conviene che Romagnoli ha un futuro dietro una vanga, non dietro un pallone. Verratti ci è sembrato all’altezza della situazione, seppur lui preme per l’ingresso di Insigne, che scorgiamo a bordo campo, pronto per il riscaldamento.
Poco di fianco allo scugnizzo magico, alcuni uomini sistemano un divano bianco e un televisore. Pochi secondi dopo, due facce da pesce lesso si accomodano sul divano. Hanno al massimo diciotto anni, ché se ne hanno di più ho una brutta notizia per loro.
Li inquadrano e proiettano le loro belle facce sul maxischermo. Uno indossa la casacca olandese, l’altro quella italiana. Non comprendo il nome dell’olandese, ma il pesce lesso che rappresenta la nostra nazione dice di chiamarsi Fabio.
Entrambi si armano di joystick e la partita può iniziare. Sì, avete capito bene. Questi due luminari si sfidano a Fifa 17 di fronte a quarantamila spettatori. Ovviamente, le squadre sul campo virtuale sono Italia e Olanda. E, ahimè, miei cari nederlandesi, le prendete anche in questa occasione.
L’impronunciabile sfiora un gol a porta vuota, ma il nostro valido Fabio comanda a Bonucci di spazzare la palla in orbita, di rovesciata, col pallone praticamente sulla linea. L’intero pubblico olandese strilla più forte di quando Romagnoli l’ha messa alle spalle di Donnarumma. Il pubblico italiano è fiero del piccolo brufoloso Fabio, che gioca nella stessa maniera della nazionale reale: se non si soffre, non è l’Italia.

 

Forza Fabio, segna per noi.

Passano due minuti e il destino degli Oranje è segnato anche alla Playstation. L’incursione di Insigne è da manuale, l’assist in mezzo per Immobile è un invito a nozze. Anche in occasione del gol virtuale dell’attaccante della Lazio, i tifosi italiani non deludono.
Telefonatissimo il coro che parte dai torinesi dietro di noi: “Non vincete mai! Non vincete mai!”.
Nell’imbarazzo generale, il presentatore olandese si accinge a premiare il buon Fabio. L’intervista che segue conferma più le sue doti da pesce lesso che quelle da gamer.
Simone si presenta con otto birre, mentre in campo scendono i titolari per il secondo tempo. E l’Italia è tale e quale a quella del primo tempo. E con lo stesso scazzo.

Il secondo tempo

Le azioni salienti del secondo tempo si riducono agli ultimi dieci minuti di partita. La noia imperversa sia in campo che fuori.
Basti pensare che il momento più eccitante del secondo tempo lo viviamo quando un ragazzo riesce, dagli spalti, a far atterrare un aeroplano di carta sul campo di gioco. Ad accompagnare il volo, un incitamento crescente. L’aeroplano mantiene la quota, la direzione e la stabilità. Procede senza sosta, battuto solo dalla forza di gravità, alla quale si arrende quando è sopra al cerchio centrocampo.
Anche questa volta, l’esultanza batte quella del primo ed unico gol olandese. Tra il pubblico non ci sono solo i tifosi a gridare, ma anche gli steward. Loro, però, urlano al ragazzo che ha lanciato l’aeroplano. Una di loro si avvicina all’eroe della serata. Lei è molto arrabbiata, lui cerca di farsi perdonare, ma non può nulla. Dieci euro di multa, tondi tondi.
Il pubblico non ci sta e un secondo eroe fa partire la contraerea. Ecco quindi un secondo aeroplano adagiarsi sul manto erboso, seguito dal solito coro e dalla solita esultanza.
La steward non ci vede più, e va a multare anche lui. Lui si tinge il volto di bianco e azzurro, urla “Libertà!” e si rifiuta di pagare il biglietto. La steward non scherza, lo prende da un braccio e lo invita democraticamente ad uscire. Lui non si oppone. Sa che se non segue la steward arriveranno gli altre, e a seguire l’esercito, i carabinieri, i finanzieri, la S.W.A.T., l’A-Team e tutto il dipartimento di polizia di Gotham. Come si alza in piedi, parte scrosciante l’applauso di ringraziamento.
Non ho la più pallida idea di cosa succeda in campo da almeno un quarto d’ora. In tribuna, è evidente, abbiamo ben altro a cui pensare.

Mancano dieci minuti alla fine e il campo è una portaerei. Poco importa, perché quella fascia è ignorata da tutti gli schemi.
Finalmente, un toccasana per il morale olandese: entra Sneijder per Klaassen, che fino a quel momento avevamo scambiato per un Robben con il trapianto di capelli.
Lo mettono dentro perché anche Spinazzola – chi? – riesce a destreggiarsi contro di loro. Il difensore atalantino – che conosco solo grazie a Wikipedia – si fa ipnotizzare dal numero uno olandese, divorandosi il pantagruelico gol del 3-1.
L’ex trequartista dell’Inter fa subito capire chi comanda, liberando il sinistro e scagliando il pallone alla sinistra di Donnarumma, che scalda i propri guantoni deviandola in angolo.
Non crediamo ai nostri occhi. Qualche minuto prima, il portiere milanista si era esibito in un numero da circo che nessuna telecamera televisiva – ad oggi – ha ripreso.

O forse sì, ma la Rai c’ha la mamma chiacchierata.

Doveva battere un rinvio dal fondo, ma il profumo della marijuana che scendeva dalla curva deve avergli dato alla testa. Appena arriva al pallone, dopo una breve rincorsa, inciampa sul piede d’appoggio e cade rovinosamente sulla palla. L’arbitro, per pietà e compassione, gli concede una seconda chance. Numerosi i facepalm avvistati sugli spalti. Personalmente, credo di aver perso il fiato per le troppe risate.
Sneijder sembra prenderci gusto e testa di nuovo i riflessi di Donnarumma che, al contrario dei rinvii, non si fa cogliere impreparato. Col senno di poi siamo tutti bravi, ma quello scherzetto sulla rimessa dal fondo sembra proprio il sintomo premonitore della papera dell’Adriatico. Poi andate a dare la colpa a Paletta.
C’è tempo per un ultima emozione, al terzo minuto di recupero. Quello che avevamo scambiato per un Neymar imbruttito, era in realtà Vilhena, che con un tiro da quasi trenta metri mette a tacere ogni pasta boy sugli spalti. A me va di traverso l’Heineken, e non solo perché è l’Heineken. La schiena di Bonucci inganna Donnarumma che rimane immobile a veder scorrere la palla alla sua destra. Fortunatamente sul fondo.

L’arbitro dichiara chiuse le ostilità, manda tutti negli spogliatoi, autorizza il pubblico italiano ad urlare di gioia e ci mostra la via del ritorno verso casa.

Il post-partita

Nonostante abbiamo visto l’intero match con l’hamburger del Butcher fermo nell’esofago, ci possiamo dire soddisfatti. Io guadagno l’uscita ridendo istericamente, perché l’immagine di Donnarumma che inciampa sul pallone mi appare in mente ogni due minuti, come un messaggio subliminale.
Giacomo si riavvia verso Haarlem, Simone si unisce ai suoi colleghi e prende la strada per Rotterdam. Io salgo sulla metro 50, piena di musi lunghi e di ghigni soddisfatti. Avremmo anche vinto, ma a Bijlmer ti fai gli affari tuoi.

Meglio non farli arrabbiare.

E te li fai fino a quando scendi a Postjesweg, ti incammini verso casa, cuffie nelle orecchie e freddo che ti congela la punta del naso.
Una volta rientrato, vado in camera e metto il pigiama. Guardo fuori, la vista è delle migliori, senza la tipica foschia serale.
Mentre osservo quelle poche macchine percorrere l’A10, penso: “Romagnoli”.
E niente, fa già ridere così.