Amore è /2
Quando lei capisce l’universo che ti circonda.
E: “Ti amo tantissimo.”
P: “Io di più.”
E: “Non greid!“
Il pastore
Questa è la storia di un pastore, il migliore della sua vallata. E’ bravissimo, dal suo allevamento escono i migliori prodotti, i più invidiati della vallata: ricotte, formaggi, persino la miglior lana che si possa desiderare.
Lo conoscono tutti, è davvero bravo, fa invidia a tutti gli altri pastori della valle.
Nel suo ranch ci sono tante pecore, che contribuiscono alla sua fama di buon pastore: alcune sono bianche, molte sono nere. Il pastore dona molte attenzioni alle pecore bianche, le tratta con cura e riserva loro trattamenti particolari. Quando invece ha a che fare con le pecore nere, è sempre un po’ titubante e impone loro compiti davvero complessi. Di questo le povere pecorelle nere ne risentono, ma fanno ciò che possono e tirano avanti, contribuendo anche loro – in un modo o nell’altro – al successo del pastore. Tant’è che costruì un muretto assai resistente per separare il gregge delle pecore bianche da quello delle pecore nere.
Il pastore ha un piccolo vizio. Spesso e volentieri, tende a far scontrare le pecore bianche con le pecore nere. Le pecore nere, seppur in superiorità numerica, sono in difficoltà, poiché le pecore bianche hanno tutti i favori del pastore. E quel muro, poi.
Un giorno capitò che il pastore, dopo tanto lavoro, volle riposarsi. Si concesse quindi una vacanza di un annetto.
Lasciò sole le sue pecore, che inizialmente diffidavano le une dalle altre. Col passare del tempo, però, le pecore nere si accorsero che le pecore bianche non avevano niente di così speciale, e le pecore bianche si accorsero che le pecore nere non erano poi così ostili. Cominciarono a lavorare insieme, a comunicare tra di loro, ad abbattere quel muro che le separava e che il pastore aveva costruita con tanta cura.
Fu davvero un’annata doc. Da quel gregge uscirono prodotti ottimi. Le pecore bianche si trovarono a proprio agio al fianco delle pecore nere, e viceversa.
Un giorno, però, la vacanza del pastore volse al termine e questi, di gran carriera, s’incamminò sulla strada di casa. Una volta nel suo allevamento, inorridì per quello che le pecore bianche e le pecore nere avevano combinato, s’imbestialì per non aver ritrovato quel muro e andò su tutte le furie quando vide che pecore nere e pecore bianche si erano in un certo senso mescolate.
Ancora di gran carriera, cominciò a ricostruire quel muro e a ripristinare le regole che, secondo lui, furono infrante. Le pecore nere rimasero allibite e guardavano il pastore esterrefatte, si chiedevano il perché di tanta rabbia. Le pecore bianche, dal loro canto, rimasero impassibili ed indifferenti, alcune di loro tentarono di far qualcosa, ma il pastore interveniva prima del tempo.
A questo punto della storia, mi viene da porvi due domande.
- Cosa dovrebbero fare le pecore nere per ripristinare la sintonia che si era instaurata prima con le pecore bianche?
- E, soprattutto, il pastore non farebbe meglio ad impegnare la stessa bravura che lo contraddistingue lungo la valle nella gestione delle pecore bianche e delle pecore nere?
Rispondete. Io c’ho provato: vi assicuro che non è semplice.
Legittima egìda. Pardon, ègida.
La legge della natura ci insegna che, se un essere vivente viene attaccato in maniera del tutto arbitraria, questo ha il sacrosanto diritto di difendersi con ogni mezzo a sua disposizione. Nella savana si corre, nella giungla ci si arrampica sugli alberi, nel corpo a corpo ogni mezzo è lecito.
Nella società umana, quella composta dagli animali più evoluti, la cosa è un tantino diversa. Gli umani hanno affermato che se qualcuno cerca di ucciderli, di far loro del male, questi hanno il sacrosanto diritto di difendersi. Si chiama legittima difesa.
Quando l’attacco arriva in forma meno becera e sanguinosa, l’etica e la civiltà umane ci insegnano che esistono mezzi civilmente più evoluti. Si chiamano manifestazioni, cortei, iniziative di protesta.
Qualunque sia il loro nome, hanno tutte un obiettivo comune: difendere. Difendere un diritto negato, difendere il futuro di un’intera generazione, difendere il proprio posto di lavoro. Difendere.
Ciò che nelle scuole e negli atenei italiani sta avvenendo in questi giorni, altro non è che una legittima difesa dagli attacchi del Governo. Attacchi molteplici, che giungono da ogni parte e in ogni modo e che hanno tutti un obiettivo preciso.
LA CAUSA
Gli studenti italiani si stanno difendendo da due leggi (l’ex dl 137 e la legge 133, meglio conosciuta come finanziaria) che mettono impropriamente ed arbitrariamente le mani sul loro futuro.
Si è parlato della necessità di una riforma, una necessità che si avverte anche frequentando l’ambiente scolastico-universitario. E si è deciso autonomamente, senza tener conto delle parti in gioco, che a questa necessità si risponda in un’unica via, imponendo una soluzione deleteria che non avrà altro esito se non peggiorare la situazione. 8 miliardi in meno per la scuola, 1 miliardo e mezzo in meno per l’università. 87 mila posti di lavoro in meno per la scuola, la possibilità di privatizzazione degli atenei italiani.
Si è già detto che maestro unico e grembiule altro non sono che specchi per allodole. Si è già detto che le classi d’inserimento sono mezzi d’integrazione già adottate anche all’estero: curioso è il paragone con le nazioni d’oltralpe, paragone che in questa occasione è comodo e funzionale, non come in molte altre circostanze. Ma questa è un’altra storia.
Non si è parlato delle 87 mila famiglie alle quali si è recato un danno irreversibile, non si è parlato del vero vantaggio – ahimè, inesistente – che gli studenti potranno trarre da questa riforma. Non si è parlato della condizione già gravosa in cui versano gli atenei italiani. Non si è parlato degli 1,5 miliardi di euro tolti all’università italiana e, qualche articolo prima nella finanziaria, consegnati al finanziamento dell’Expo 2015. Ciò che rabbrividisce, però, è che non sono stati interpellati i principali attori coinvolti in questa riforma. Già immagino la Gelmini, seduta alla scrivania a fare i compiti, intenta a compilare una legge che va al di là dei suoi ideali – Obama è tutt’altra cosa, Maria Stè -, senza interpellare rappresentanze studentesche, docenti, ricercatori, amministrazioni e quant’altro di interpellabile in un paese democratico, almeno a parole.
Il problema fondamentale è proprio questo: la riforma è stata imposta, non concordata né discussa. L’unica occasione nella quale ci si è “abbassati” a discutere con le parti è stata utile soltanto a ribadire la propria posizione, senza alcun margine di confronto. E certa gente parla di democrazia e libertà.
Non si è parlato di una riforma mascherata da legge finanziaria, che alcuni si ostinano ancora a non definire una vera e propria riforma. Il peggior colpo di spada inferto dal Governo nell’attacco al sistema d’istruzione italiano arriva proprio da qui. Un trabocchetto del tutto invidiabile dal punto di vista della furbizia di chi l’ha scritto. Bruciare 1,5 miliardi dal Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) si traduce in ridurre i finanziamenti pubblici alle Università italiane. Queste ultime possono difendersi soltanto in due modi: aumentando le tasse, rendendo più precario l’accesso agli atenei, o rivolgendosi ai privati, trasformandosi dapprima in fondazioni di diritto privato, sostanzialmente privatizzando l’Università e quindi negando in gran parte il diritto allo studio conquistato con tanta fatica da 40 anni a questa parte.
Un sistema funzionante ma in evidente difficoltà dovrebbe essere incentivato ed aiutato: gli articoli 16 e 66 della legge 133 rappresentano, invece, un vero e proprio colpo di grazia.
IL FATTO
Non potendo discutere con il principale interlocutore – il Governo – la gente si è riversata nelle strade e nelle piazze, negli atenei e nelle scuole a manifestare legittimamente il proprio dissenso, la propria posizione – opposta – rispetto a queste riforme. Gli studenti discutono in assemblee, organizzano cortei, si mobilitano per difendere ciò che hanno di più caro: il proprio futuro. Sessanta mila lungo le strade di Firenze, duecento mila a Roma, migliaia in varie città sparse per tutta la penisola. Il loro senso critico si è risvegliato, all’improvviso, da un irresponsabile sonno latente. E’ giunta l’ora di smettere di scherzare e passare ai fatti.
A Roma come a Firenze, gli studenti hanno occupato civilmente gli atenei, a braccetto con il corpo docente, organizzando anche lezioni in piazza. A Palermo gli studenti hanno fatto sentire la loro voce con un’assemblea alla quale hanno partecipato migliaia di persone. A L’Aquila, cinquemila persone hanno sfilato sotto la pioggia, alle sei di sera, il pomeriggio di un giovedì universitario: hanno preferito manifestare legittimamente il proprio dissenso, piuttosto che fare l’abituale aperitivo, piuttosto che organizzare cene e feste come d’abitudine, piuttosto che cazzeggiare come il giovedì universitario aquilano impone. A Pisa anche la sofisticata Normale si ribella a questo attacco: mi rimarrà impresso nella memoria in eterno quello striscione che dice: “Un paese vale tanto quanto quello che ricerca”. E poi tutte le scuole, occupate o no, dove gli studenti accrescono la proprio cultura non solo sui banchi, ma anche in assemblee e manifestazioni. Certo, il caso delle superiori è un po’ meno “maturo”, una buona fetta degli studenti approfittano della situazione per andare in vacanza anticipatamente. Una gran parte, però, è lì ad urlare contro un Governo che li ignora e che, però, dice di lavorare per loro. Senza loro. Questa sì che è democrazia.
LA CONSEGUENZA
In un paese dove il 70% dei mezzi d’informazione sono controllate – direttamente o indirettamente – dal Presidente del Consiglio, certa stampa fa di tutto per screditare la protesta e punta a criminalizzare i manifestanti, grazie all’equivalente comportamento del Governo stesso. Il sistema istruzione italiano è in difficoltà? Il Governo taglia i fondi e manda a casa decine di migliaia di persone. Studenti e docenti manifestano legittimamente il proprio dissenso e cercano il dialogo? Il ministro Gelmini apre un tavolo dove la trattativa è pura utopia, con un no in partenza grosso come una casa. Studenti e docenti scendono in piazza, organizzano cortei, manifestazioni e assemblee negli atenei? Berlusconi minaccia di mandare le forze dell’ordine all’interno degli atenei, seguito dal ministro Maroni che parla di denunce a chi occupa le scuole. Studenti e docenti affermano di voler manifestare pacificamente e civilmente il proprio punto di vista? Un ex Presidente della Repubblica divorato dall’andropausa come Cossiga consiglia di infiltrare i veri facironosi in modo da reprimere violentemente chi manifesta civilmente. Detto, fatto: a piazza Navona imbecilli di Blocco Studentesco attaccano – secondo la Digos, non solo secondo me – studenti liceali per lo più minorenni con spranghe ornate dal tricolore, coperti da caschi e armati fino ai denti, con un arsenale portato comodamente in giro con un camioncino. E qui, a L’Aquila, un Fiorino con solo il sound system al suo interno è stato perlustrato dalle forze dell’ordine da cima a fondo. Persino i cellulari sono stati controllati.
Dov’è la democrazia?
LE OPINIONI
Le opinioni dei diretti interessati sono fondamentali in questo periodo. Facciamoci sentire, sempre. E che questa occasione insegni a tutti coloro che fino ad oggi dormivano in un sonno catodico – o che, ahimè, dormono ancora – che la loro opinione è fondamentale in ogni occasione, non solo quando questa è espressa su qualcosa che li riguarda in prima persona. Il Governo sta cercando di screditare non solo la protesta ma anche l’opinione pubblica. Prova a zittire le voci che provengono dal pubblico, negando il dissenso e parlando, al contempo, di democrazia. L’ignoranza genera latenza di opinione. E questo fa comodo ad un Governo come il nostro, che fonda la propria potenza proprio sull’ignoranza. Ignoranza non vuol dire non sapere, vuol dire non voler sapere.
Come si diceva in V for Vendetta “Non devono essere i popoli ad aver paura dei governi, ma i governi ad aver paura dei popoli”.
Svegliatevi, italiani. La favola di questo governo non è a lieto fine. Siamo ancora in tempo per cambiare le cose. Facciamoci sentire. Sempre.
P.S.: leggete i post pubblicati su Ciccsoft (1, 2, 3 e 4), un’introspettiva interessante sulla protesta e sui chi la porta avanti e chi no.
La storia infinita
Prima me l’hanno preso come un video di corse clandestine.
Quando scoppiò il caso del ragazzo autistico picchiato a Torino da un branco di idioti, una giornalista dall’incommensurabile ambizione non voleva essere da meno e creò il caso attorno al video di un gruppetto di ragazzi che fa alcune derapate in una landa desolata dimenticata anche da Dio della periferia pescarese.
Ne conseguirono un articolo in prima pagina sull’edizione abruzzese de Il Messaggero e un’indagine – archiviata? – della Polstrada. Per corse clandestine.
Ammetto l’ingenuità della cosa e forse anche la pericolosità, ma da qui a parlare di corse clandestine mi sembrò – e mi sembra tutt’ora – abbastanza assurdo. Così come assurda mi sembrò l’ora che spesi all’interno della Questura a dire che era la bravata di 2-3 ragazzuoli che volevano semplicemente fare una parodia di un film dal gusto decisamente discutibile, uscito 1 mese prima.
Avrei voluto fare a meno di parlare di questo video, dato che di guai me ne ha recati un bel po’. Poi, però, arriva il famigerato team del programma Identificazione contenuti di YouTube (?), che scrive:
Un proprietario di copyright ha rivendicato la proprietà di alcuni o tutti i contenuti audio nel tuo video Sambuceto Drift. Il contenuto audio identificato nel tuo video è Tokyo Drift di Teriyaki Boyz. Siamo spiacenti di informarti che la riproduzione del tuo video è stata bloccata a causa di un problema di diritti musicali.
Poi mi suggeriscono di approfittare di AudioSwap. No, grazie. Elimino direttamente il video e chi s’è visto, s’è visto.
In sostanza, ragazzi, se qualcosa puzza prima ancora di farla, evitate di farla. Lesson learned.
Memorandum pro Facebook
Premessa
Si discuteva giorni fa della nuova versione di Facebook e dell’ondata di nuovi utenti che questa ha comportato. Come scriveva giustamente Axell, Facebook è finalmente arrivato alla gente, è arrivato nel mainstream come direbbero i più fighi.
Oltre alle centinaia di funzionalità e all’evidente ricchezza tecnica di tale social network, Facebook ha una caratteristica intrinseca che è riuscito ad implementare nel migliore dei modi: mettere in contatto utenti che si erano persi di vista da anni, se non decenni.
Se siete utenti Facebook, sapete di cosa sto parlando e, nella quasi totalità dei casi, avete vissuto in prima persona tale esperienza, sia direttamente che indirettamente. Quanti di voi non hanno mai osato cercare il vecchio compagno di banco delle medie? Quanti di voi non hanno ricevuto richieste d’amicizia da persone che pensavate essere partite per la Patagonia, quando invece sono più vicine di quanto possiate pensare?
Facebook ha questo grande merito: azzera le distanze.
E scopro così che Marco è in procinto di laurearsi in Informatica a Milano, che Pierluigi si è laureato in Medicina (era il migliore, non poteva andare diversamente), che Ettore ha aumentato esponenzialmente il proprio tasso di pazzia (guai a lui se non fosse così). E potrei andare avanti ancora per molto.
Retrolampo*
Questo post è quindi dedicato a loro, a tutte quelle persone che ho avuto modo di risentire dopo un decennio e che chiedono cosa sia successo in questi anni.
Ovviamente, raccontare il tutto a tutti ogni volta sarebbe deleterio, perciò un bel riassuntino velòsc velòsc, da dove tutti possano attingere, non è male.
Comincerei da dove ci siamo lasciati (con la maggior parte di voi), dal 1997, quando sono iniziati quei cinque anni di leva obbligatoria più comunemente chiamati scuole superiori. Son passato dalle bellezze della Pascoli (e i posteri mi danno ragione) agli indimenticabili brutti ceffi dell’ITIS Volta di Montesilvano. Cinque anni che però non potrò mai né dimenticare né tanto meno rinnegare, anche se per vedere una donzella dovevi per forza fare il sacrificio di filonare e andare 2 chilometri più a nord, dove il commerciale offriva un certo tipo di qualità (nonostante, dal quel maschissimo ITIS, sia uscita una delle più belle ragazze che io conosca).
Terminata l’avventura tra le mura di carton gesso di via Verrotti, si è partiti prima per Ibiza – dove il 33% delle mie cellule cerebrali sono rimaste sul comodino della stanza 11 del San Antonio Hotel – poi per Bologna – dove un altro 33% di cellule cerebrali sono andate via tra piazza Verdi, via Stalingrado, porta Saragozza et similia. Avevo iniziato con Ingegneria Informatica, ma Bologna l’è Bologna. In compenso, ho stretto amicizia con persone fastastiche (Daniel su tutte) e persone meno fantastiche.
A malincuore, torno nell’Abruzzo forte e gentile, e con lo stesso fare forte e gentile inizio il primo anno di Informatica a L’Aquila. Quel malincuore farà presto a scomparire e i motivi ce li ho davanti tutti i giorni, motivi che collaborano a sbriciolare anche l’ultimo 33% di materia cerebrale rimasta. Il primo anno, però, è stata davvero dura: come pena capitale per il mio esiguo sforzo didattico bolognese, un anno da pendolare non me l’ha tolto nessuno. E via ogni mattina alle 6,30 con mamma ARPA da Pescara a L’Aquila, avandendrè. Finché, l’anno dopo, non è salita pure mia sorella a L’Aquila ed ho preso casa in pianta stabile.
Poi è arrivata l’Udu e tutto-quello-che-comporta. La mia immancabile voglia di fare qualcosa per ciò che mi circonda mi ha fatto buttare a capofitto in un’avventura della quale, oggi come oggi, non potrei fare a meno. Certo, comporta fatica, quindi tempo speso, ma speso più che bene. Ogni giorno lo passo a metà tra i libri e la trincea, ma è una responsabilità che ho scelto di prendermi poiché mi ritengo all’altezza della situazione. Spero solo di poter continuare a dimostrarlo.
Da questa avventura, che purtroppo un giorno finirà, ne è nata un’altra, che voglio non finisca mai, ed è lei: Elena. Un burbero, riservato e folle come me che si scioglie davanti ad un concentrato di amore e, digiamolo, follia. Non potrebbe essere altrimenti, conoscendo il sottoscritto.
E adesso?
Si sta per concludere il primo giro di boa: se nulla s’interpone, a marzo sentirò il profumo di alloro sopra la testa. Ma sarà solo l’inizio, perché poi, come ho detto nel post precedente, la strada è ancora in salita.
Potrà mai spaventarmi una strada così ripida dopo aver fatto 60 km a piedi (sì, nel frattempo m’è venuta voglia di camminare)?
*: [cit.]
Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo
Come potete capire dal video qui sopra, non tutto va come dovrebbe andare, ma ci stiamo lavorando parecchio.
Non so quanti di voi abbiano sentito la mancanza, questo lo lascerò giudicare alla quantità di commenti che otterrà questo post. Quello che so per certo è che l’anno accademico alle porte si prospetta più duro del previsto. Sarà un’impresa riuscire a portare al termine tutto, se non a fare tutto.
Il sottoscritto dovrà:
- laurearsi entro il 26 marzo 2009, con una tesi abbastanza dura;
- ottenere la certificazione TOEFL entro metà agosto 2009 (per il quale è previsto un corso intensivo che va a toccare metà sessione di esami di luglio);
- seguire i corsi della specialistica;
- quindi, fare almeno il 75% degli esami della specialistica.
A tutto questo aggiungete una buona dose di attivismo studentesco con l’Udu e tutto ciò che questo comporta. E, sopra di ogni cosa elencata, lei e loro.
Negli scorci di tempo, vorrei anche portare avanti la mia seppur modesta attività di blogger. E, quando possibile, respirare.
Come direbbe mio padre in questi casi, voglio morire ma non ho tempo.
Prendila di petto
Piccola premessa: questo è un post abbastanza lungo, trattasi della cronaca di due giorni piuttosto intensi. Quindi, se siete come Emiliano, prendetevi quei 15-20 minuti di break dal lavoro e buona lettura.
Il ritorno
Sabato pomeriggio è il giorno in cui io e la mia dolce metà ci riuniamo in quel di L’Aquila, dopo un’estate passata con 20-25 chilometri a separarci. Anche se i chilometri sono pochi e quest’estate abbiamo avuto più di un’occasione per vederci, la quotidianità di L’Aquila ci mancava parecchio. Vedersi tutti i giorni (o quasi) non è come vedersi una volta a settimana (o meno).
Verso le sei di sera la raggiungo nella sua nuova dimora, a Roio Poggio. E’ abbastanza nascosta dal caos cittadino, una bella casa dove poter passare delle ore insieme senza alcun tipo di disturbo (vuoi per studiare, vuoi per rilassarsi, vuoi per altro).
In vista di esami per entrambi, un piccolo periodo di relax, prima di dar vita allo stress che durerà un mese, sembra essere la ricetta giusta per iniziare il nuovo anno accademico.
Un pollo arrosto, dei pomodori e tante coccole sono il preludio ad una notte calma e tranquilla e ad una domenica nella quale possiamo pensare esclusivamente a noi due.
O almeno è quello che speravamo.
L’improvviso risveglio
Il caldo notturno ha disturbato il nostro sonno come meglio poteva, ma non ci siamo fermati davanti alla temperatura elevata. Il letto è largo una piazza e mezza e sembra contenermi senza problemi.
Alle sei del mattino, il fattaccio.
Mi sveglio di sobbalzo. Ho il petto trafitto da un dolore lancinante, come se sopra avessi avuto tutti gli elefanti del circo Orfei. Faticavo a respirare, anzi mi era quasi impossibile. Comincio a girarmi nel letto, da una parte e dall’altra. Niente: peggiora. Mi siedo sul letto, nel tentativo di calmarlo. Niente: stabile.
Nel frattempo Elena si sveglia e mi vede con una mano sul petto. Sbianca.
«Tutto bene, amore?»
«Non tanto, ho un dolore fortissimo al petto.»
Sono sudato. Tanto sudato. Elena corre in bagno a prendermi l’accappatoio per coprirmi ed evitare di peggiorare le cose. A stento riesco ad alzarmi e vado verso di lei. Infilo l’accappatoio, sembro uno di quei maniaci esibizionisti, ma sti gran cazzi.
Scendo nel salottino al piano inferiore, Elena mi porta un bicchiere d’acqua. Gli elefanti sul mio petto non vogliono saperne di andar via. La faccenda improvvisamente si complica. Anche sul braccio sinistro cominciano a salire gli elefanti. Formicolio a pelle, dolore forte dall’interno.
Elena chiama il 118. Comincia così il trambusto di una giornata che difficilmente dimenticheremo. Gli dicono di chiamare la guardia medica, a pagamento. 37 centesimi potrebbero non bastare, quasi neanche per farsi dire di richiamare il 118. Che ci comunica che non può arrivare dove abita Elena, ma che ci dobbiamo fare 500 metri a piedi.
In salita, per giunta.
La piazza di Roio Poggio
Arriviamo in piazza, il luogo più vicino dove il 118 ha detto di poter arrivare. Sì perché di farsi 500 metri in discesa – che per me erano in salita – non se la sono sentita. La piazza è deserta. A malapena scorgiamo una signora anziana ricurva ad annaffiare i suoi fiori sul balcone.
Dopo un ulteriore quarto d’ora d’attesa, si fa viva l’autoambulanza della Croce Rossa. Sono in tre lì davanti. L’autista, l’infermiere ed il medico. Scoprirò solo dopo che quello che apre il finestrino è il medico, che mi chiede con aria contrariata:
«Scusate ma non potevate chiamare un taxi?»
Aspetta, aspetta. Cosa? Un taxi? Secondo lui, se mi sento male e sto per crepare dovrei chiamare un taxi? La sua fortuna è in due cose: la prima, che stavo effettivamente male ed ero abbastanza vulnerabile; la seconda è che non ho avuto l’accortezza di leggergli il cartellino, altrimenti già sapreste il suo nome ed il suo cognome, non mi frega un cazzo delle querele.
Come se non bastasse, la seconda cosa che tiene a precisare il grande luminare è che Elena non può salire sull’autoambulanza.
«No, tu non sali. Devi rimanere qui.»
Cristo santo, ora le viene un colpo pure a lei, quanto meno un minimo di educazione non guasterebbe. L’autista nel frattempo scende e va a tranquillizzare Elena, dicendole anche che «siamo capitati male, che lui è sempre così, così burbero».
So soltanto che, a parti invertite tra me e Elena, quello che avrebbe avuto bisogno del taxi – e non il 118, eh – sarebbe stato il medico.
Elena cerca di trovare quindi un passaggio, mentre l’autoambulanza mi porta all’ospedale, lasciandola sola e impaurita nella piazza più desolata del centro Italia.
Il pronto soccorso
Arrivo e, fortunatamente, incontro persone più cordiali del medico di cui sopra, il quale non perdeva l’occasione per farsi lo splendido con le infermiere. Una di loro si avvicina e mi perfora il braccio destro, prima per i prelievi per le analisi, poi per la flebo fisiologica. Mi dicono che faranno tutti gli accertamenti. Mi chiedono cosa ho avuto e come è andata. Mi mettono su di una sedia a rotelle e mi portano in cardiologia.
La dottoressa è gentilissima, comincia anche a farsi un po’ di fatti miei, ma ci può, anzi ci deve stare. Mi dà una lezione lampo su come funziona l’aggeggio dal quale uscirà il mio ecocardiogramma. Dopo aver accuratamente fatto il suo dovere, mi assicura che è tutto regolare e che il lieve sospetto di pericardia è svanito.
Un’infermiera mi comunica che la sosta in cardiologia è terminata, prossima tappa: radiologia.
L’ascensore
Avevo mille domande che mi frullavano nel cervello, segno che non avevo nulla di rotto e che tutto procedeva per il verso giusto. Due domande, però, mi assillavano prepotentemente e dentro l’ascensore che mi stava portando al piano terra c’eravamo solo io e l’infermiera.
«Scusi, avrei due curiosità da togliermi. Posso?»
«Sì, dimmi pure.»
«La prima: ma è vero che nel caso in cui uno si senta male, devo chiamare il taxi e non il 118?»
L’infermiera, alle mie spalle, tace per cinque secondi.
«Ma chi glielo ha detto questo? Certo che no…»
«Il medico di turno che mi è venuto a prendere a Roio con l’ambulanza.»
«Ah. Ma per caso era uno…»
Segue descrizione dei tratti somatici del medico, il quale pare che abbia la fama di stronzo in ogni dove, dentro il San Salvatore di Coppito. Io confermo la sua descrizione e l’infermiera mi conferma che è un figlio di puttana. Non con queste parole, ovvio.
«Grazie. Una seconda domanda poi non la disturbo più. Io sono entrato alle 7,30 e una sua collega mi ha messo questa flebo. Sono passate 2 ore da allora e la flebo è pari a quando me l’hanno infilata nel braccio destro. E’ normale?»
Questa volta l’infermiera è di fronte a me e riesco a vedere lo sguardo sbigottito verso la flebo.
«Ma come? Non gliel’hanno aperta?»
«Ehm. Pare di no…»
«Vabè, tanto ora andiamo in radiologia, gliela toglieranno prima di entrare.»
Spero solo che non l’abbiano riutilizzata per qualcun altro. Di questi tempi la sanità abruzzese versa in gravissime condizioni e risparmiare sembra essere la parola d’ordine. Guai però a risparmiare sui medici stronzi.
L’arrivo di Elena
«Amore…»
Mi giro e la vedo affacciata alla porta del pronto soccorso, nella disperata ricerca di notizie sul mio stato di salute. La rincuoro, le dico che è tutto sotto controllo e che mi dovranno fare i raggi al torace. Non è niente.
La domanda che ci poniamo entrambi, però, è la stessa da almeno due ore: ma come è potuto succedere? Si susseguono ipotesi, anche le più maldestre e comiche, nel tentativo di trovare una risposta e di rilassare i nervi quanto più possibile.
Nel frattempo, ringrazio Mauro di averla accompagnata in ospedale, ma non sarà il solo ringraziamento che dovrò fargli. Torno dentro, in sala d’attesa, per i raggi. Ce la siamo vista brutta, ma qualche abbraccio e due battute sono bastate per farle tornare il sorriso.
Un lieto fine (o quasi)
Dal radiologo è andato tutto bene, sono piaciuti persino i miei consigli in ambito immobiliare che il radiologo stesso mi ha chiesto per quanto riguarda la mia città natale. L’attesa è stata un po’ turbolenta, movimentata dall’arrivo di una signora che, sotto il cartello Divieto assoluto di utilizzo dei cellulari, parlava a squarciagola con la figlia sugli ingredienti del pranzo quotidiano. La stessa che, ogni minuto, mi chiedeva “Ma c’è qualcuno dentro?”.
Mi dimettono alle 10.35. Mi fanno aspettare mezz’ora per alcune analisi e poi mi dicono di dover tornare il pomeriggio, dopo 6 ore, per gli enzimi cardiaci. Mauro mi accompagnerà prima a casa, poi di nuovo in ospedale e quindi in farmacia. Grazie mille volte e pure di più.
The day after
Il lunedì, dopo aver dormito a casa mia, decidiamo di riprendere quello che voleva essere un weekend tranquillo in quel di Roio. Arriviamo a casa di Elena e, istintivamente, mi viene da tornare sul luogo del delitto.
Mi sdraio sul letto e noto qualcosa di anormale. Avevo i piedi a quasi 15 centimetri sopra la mia testa e la testa piegata in avanti manco mi volessi allacciare le scarpe con la bocca. Illuminazione: ecco il motivo di tutto quel trambusto. Solo che la sera prima non c’era, altrimenti me ne sarei accorto e anche subito.
Controllo sotto al letto ed eccola lì, la risposta che ci assillava da 24 ore. Un piede del letto completamente ricurvo su se stesso, più della signora che annaffiava le piante la mattina prima, in piazza.
Io e Elena ci guardiamo, inconsapevoli sul da farsi. Ignari se dover ridere o dover piangere o dover mettersi ad urlare. Decidiamo che di disavventure, in due giorni, ne abbiamo avute anche troppe. Chiamiamo il suo padrone di casa, l’indomani sarà già a L’Aquila ad aggiustare il letto colpevole.
Abbraccio Elena e le prometto che le prossime 24 ore saranno più tranquille. Mi sorride.
Prendiamo l’82 e andiamo verso casa mia. Sull’autobus una calca infernale. L’AMA si riprende tutte le maledizioni del caso (un autobus ogni ora con 500 studenti ai precorsi, applausi). Passiamo i biglietti ad un ragazzo che è davanti all’obliteratore. Lui timbra, poi si gira e, con aria inebriata dall’atmosfera accademica dei precorsi, esclama.
«Eh eh, sono 7 euro!»
Lo guardo e più istintivamente di prima gli dico:
«Lu bardà, awà che n’è proprije jurnat. Damm ssi bbijitt e zitt.»
Traduco?
Morale della favola (che poi favola non è)
Non importa che tu sia studente fuori sede o un aquilano nativo. Ciò che importa è che se ti senti male, chiami il taxi. Che tanto in ambulatorio di flebo da sprecare ce ne sono quante ne vuoi.
P.S.: io praticamente vivo quotidianamente a 20 metri dall’ospedale, nella facoltà di Scienze. Vuoi che non lo ribecco a quel simpatico di un medico?

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