Prima e dopo la cura
Dicono che certi momenti non li dimenticherai mai, che ti accompagneranno per il resto della vita, che ti daranno motivo di chiacchiera con le generazioni future. Ti rimarrà addosso la fatica spesa per arrivare all’obiettivo, ti sentirai appagato, anche se solo per qualche tempo, e libero da ogni peso.
Ciò che ti resterà per sempre è tutto ciò che avevi intorno: il calore degli amici, l’atmosfera festosa e le urla di quelle persone che ti acclamano. Qualcuno oserà anche chiederti se tutte quelle persone le hai pagate per far così tanto casino.
Non risponderai, se non con un sorriso. Ti godrai l’attimo, anche se sai che, di lì a poco, la pacchia finirà veramente. Anche perché hai dimostrato quanto vali, ti rimarrà di dimostrare quanto puoi andar fuori di senno per il divertimento. E ne uscirà qualcosa del genere.
Prima…
…e dopo la cura.
E dopo la baldoria di una notte eterna, non ti rimarrà che infilarti l’iPod, sfoggiare la più rilassata delle espressioni che puoi concedere e riprendere la strada verso ciò che ti aspetta.
Diario di bordo
Sei nato a Bologna, in un piovoso pomeriggio di settembre. Ti hanno scritto sopra per ben trenta volte, in ventinove persone. Ti hanno sgualcito, ti hanno strappato e quindi ti ho ricomposto con dello scotch trasparente. Ti ho smarrito per un po’ di tempo, ma poi ti ho ritrovato, ma solo perché sono un po’ sbadato e farfallone.
Hai visto di tutto, pure un terremoto. Ti ho abbandonato a casa per quasi due mesi, ma sei stato uno dei primi ad uscire da quell’inferno. Fino all’ultimo, sei stato il protagonista finale di tante avventure, alcune andate lodevolmente, altre meno. Portavi addosso il peso e il valore del mio futuro, una carta di identità qualitativa lunga sei anni. Avevi il mio volto di quando ero poco più che maggiorenne: volto slavato e guance incavate, almeno quindici chili fa, pizzetto lungo e un colorito post-estivo che mi facevano sembrare un mujaheddin in erba.
Adesso, ci siamo separati per sempre. E’ una separazione consensuale, un po’ dolorosa ma solo per i ricordi che evoca. Ti ho lasciato in mani estranee, ma son sicuro che non perderai il valore che nascondi dentro. Fai buon viaggio, ovunque tu vada. Mi hai lasciato parecchio, sappi che ne farò tesoro per sempre.

Adieu, libretto. Se vuoi, vienimi a trovare il 21 gennaio prossimo. Vedrai che a qualcosa sei servito veramente.
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Forse involontariamente o forse no, Miss Kappa ha risposto al mio invito di qualche settimana fa.
…A fronte dei fortunati 4.500 che vivono nelle casette disneyland, oggi vi voglio accennare della condizione degli studenti fuori sede. L’Aquila era una città universitaria, contava 27.000 iscritti. E ragazzi e professori costituivano la maggior risorsa economica di un territorio decisamente depresso. Gli studenti quest’anno sono scesi a 16.000. Ancora parecchi. Bravi questi ragazzi coraggiosi che amano la nostra città e non vogliono abbandonarla. Ma, ovvio, la protezione civile non poteva pensare a loro. Ed al danaro che portavano a questa città. L’economia non è affar loro. L’economia degli altri. Ora questi ragazzi sono ostaggio degli stessi pescecani che hanno triplicato, per noi e per loro,nella migliore delle ipotesi, i prezzi degli affitti. E quello che si trova non è sufficiente per tutti. Occorrono 10.000 posti letto. La casa dello studente, che verrà gestita dalla Curia, e di questo parleremo, ne ospiterà centoventi. Duecento saranni alloggiati nei locali della Scuola Superiore Reiss Romoli. Gli altri? Guardate il video.
Il video in questione è il seguente.
Ispirazione mattutina
Sono andato a dormire con un fastidiosissimo mal di pancia, ieri sera. Una camomilla per provare ad alleviarlo, ma niente da fare: stamattina si è presentato di nuovo. Quella camomilla è servita soltanto a ridurre il tempo per l’arrivo del sonno profondo. Nient’altro.
Alle sei e mezza prendo l’autobus per L’Aquila e la mia pancia borbotta a più riprese, che si fanno sempre più frequenti con il passare del tempo. Quando scendo dall’autobus a Coppito, sono le otto e cinquanta. Il mal di pancia sembra essersi preso un attimo di ferie. Ne approfitto quindi per fare colazione al Gallucci, poco distante dalla facoltà di Scienze.
Passano dieci minuti da quando ho archiviato cornetto e cappuccino e il mal di pancia si fa risentire. Non ne sento il bisogno, ma in testa mi frulla quello che avrebbe detto mia madre in quella circostanza, quindi salgo al primo piano di Coppito 1, dove i bagni sono più accoglienti.
Inizialmente, non sembra essere un problema di quel genere. Poi, però alzo lo sguardo sulla porta. E vedo questo.

Beh, adesso è passato tutto.
E non vi venisse in mente di pensare che ci sia qualche nesso tra quell’immagine e quei pirla su Facebook. Per una volta, il nostro premier mi ha aiutato veramente.
Quasi normalità
Il Rettore della Università dell’Aquila, ieri:
“Quella che state vivendo e’ una quasi normalita’, molto prossima alla normalita’” (fonte)
La bacheca degli annunci del sito istituzionale dell’Ateneo aquilano, oggi:
L’AQUILA, Zona Acquasanta, camera doppia + camera singola (disponibile da gennaio)
Comune: L’Aquila; Zona Acquasanta, camera doppia + camera singola L’AQUILA – zona ACQUASANTA – affittasi appartamento arredato – sala, cucina, bagno, camera doppia, camera singola – compreso acqua, luce, gas, riscaldamento, spese condominiali e pulizie settimanali.; Prezzo: 450 /persona euro; DISPONIBILE DA GENNAIO Tel.: 338*******;
Penso sia quasi normale chiamare la Finanza o la Prefettura.
Impressioni di settembre
Questo che vedete qui a sinistra è il volantino che pubblicizza il Villaggio Universitario, ovvero le nuove residenze universitarie destinate agli studenti iscritti all’Università di Chieti (cliccateci su per ingrandirlo).
Gli edifici sono quelli che, inizialmente, hanno utilizzato gli atleti durante la settimana dei Giochi del Mediterraneo. Una buona idea, tutto sommato. Se non fosse per quel passaggio nel quale non posso non leggerci un po’ di cinismo.
Sarei proprio curioso di verificare l’esistenza di quei criteri antisismici. Che messi lì, nel periodo più caldo per la campagna pubblicitaria di tutti gli atenei italiani, suonano alquanto beffardi.
Certo, a L’Aquila non sono da meno. Vorrei conoscere di persona – e credo non mi sia difficile – l’inventore della campagna pubblicitaria per l’anno accademico 2009/2010 dell’Università dell’Aquila.
Questo slogan campeggia in home page sul sito istituzionale e sulle pagine dei quotidiani locali.

Nel terremoto del 6 aprile sono morti 55 studenti iscritti all’Università dell’Aquila. Molti di loro abitavano in case che sono crollate come castelli di carta.
Studenti che, pur di risparmiare sull’affitto per non gravare troppo sulle spese familiari, erano disposti ad abitare in bettole affittate a prezzi esorbitanti. Studenti che pagavano l’affitto in nero, senza un contratto; nel migliore dei casi, pagavano più di quanto dichiarato nei contratti.
Studenti dimenticati, quasi completamente ignorati dai media. Studenti ai quali è stato chiesto di pagare 350 euro – a persona – per una casa a Rocca di Botte.
In una situazione del genere e dopo quello che è successo, come si può parlare di coraggio? Dov’è il coraggio quando gli studenti chiedono alle “alte cariche” dell’Ateneo di mettersi al fianco dei propri studenti nel pretendere alloggi e sicurezza? Dov’è il coraggio quando le Istituzioni – come la Regione e il Governo – sono chiamate a prendere decisioni e proporre soluzioni immediate per un problema che coinvolge il 60% degli studenti dell’Università dell’Aquila, qualcosa come 16 mila persone?
Quell’only the brave è un insulto agli studenti vittime del 6 aprile e alle loro famiglie. Suona un po’ come un invito a rischiare, ad essere partecipi di un qualcosa al quale solo i più coraggiosi possono prendere parte. E’ quanto di più meschino si potesse immaginare.
Si dice che per rialzarsi c’è bisogno prima di toccare il fondo. Bene, credo che quel momento sia arrivato.
Mentre gli altri atenei si fanno pubblicità parlando di criteri antisismici e di strutture per i propri studenti, l’Università dell’Aquila sembra partecipare ad un macabro reality. I suoi studenti vivono nella quotidiana incertezza, abbandonati da tutti, Istituzioni in primis.
Difficile prevedere il futuro, ma non è questa la strada giusta per l’ateneo aquilano. Ho quasi paura che si perda.
Quale normalità?
Spesso sento rassicurarmi che tutto procederà per il meglio, non rinunciando ai parametri qualitativi senza i quali il prestigio prenderebbe la strada dell’oblio. Sento dirmi di non dover preoccuparmi, che verrà fatto il possibile. E di questo ringrazio a voce alta.
Spesso devo sentirmi dire di capire le esigenze di alcuni. E sono consapevole. Talvolta però queste esigenze vanno ad infrangersi con esigenze di altri. E non stiamo parlando di piccolezze, come magari avveniva un giorno qualunque, in un’ora qualunque, in uno qualunque dei corridoi di Coppito 1. E parliamo di un grande numero di altri, rispetto al piccolo numero di alcuni.
Spesso sento dire in giro che bisogna tornare alla normalità, specialmente in ambiente accademico. I sacrifici che si stanno facendo in questi giorni sono molteplici, incommensurabili. Il ritorno alla normalità, però, è ancora lontano. Dobbiamo e possiamo batterci perché torni quanto prima, dobbiamo e possiamo farlo con tutte le forze necessarie.
Come se pulissimo un mobile pieno di polvere: dobbiamo strizzare e risciacquare lo straccio finché non torna puito e finché il mobile non torni allo splendore di un tempo. Nel frattempo, però, quel mobile giace lì, inutilizzabile. Su quel mobile, tante persone hanno riposto i propri sogni, i propri progetti futuri, le proprie speranze, la propria preparazione. Quel mobile, adesso, non fa parte della normalità.
Quando potrò tornare a casa – o in un qualcosa di simile -, preparare la cena e, dopo averla consumata, mettermi sui libri a studiare. Quando quella sera non mi vuole entrare in testa ciò che sto studiando e vado comunque a dormire tranquillo, perché tanto domani passo in ufficio del prof e chiedo delucidazioni.
Quando per un libro non dovrò fare chilometri, ma basterà chiederlo in biblioteca. Quando per stampare le dispense della lezione odierna non dovrò aspettare di tornare a casa, ma basterà passare in copisteria, dentro la facoltà, sorbirsi magari quei dieci o quindici minuti di fila – che spesso si tramutano in pettegolezzi o racconti della sera prima -, pagare e andare al primo banco disponibile per studiare.
Quando a pranzo non dovrò prendere alcun treno, ma basterà fare la fila a mensa e criticarla puntualmente per l’odore che emana, salutando a destra e a sinistra, chiedendo alle signore della mensa in quale modo ci avrebbero torturato in quell’occasione, per poi scherzare con la cassiera.
Quando, per un punto della tesi che non ne vuole sapere di sbloccarsi, chiudi il computer, fai giusto due o tre corridoi e chiedi al prof cos’è che non va, dove stai sbagliando. Per poi rifare gli stessi due o tre corridoi con l’espressione beata di chi ha visto la luce, e con il pensiero di chi stava sbattendo il muso su una sciocchezza da più di due giorni.
Quando saranno i tuoi compagni di corso a darti una mano, perché il docente non c’è e alle email non ti risponde, e capirai ciò che non eri riuscito a comprendere da solo, perché sai che due teste is megl che uan. Quando un problema di Ricerca Operativa lo risolverai con altre tre persone su di una lavagna panoramica, che non basterà e dovrai fare attenzione a cancellare ciò che le altre tre persone non hanno ancora finito di copiare e di capire.
Quando in Consiglio si dovrà deliberare su qualcosa di importante riguardante il tuo Corso di Laurea e dovrai organizzare un’assemblea per farne partecipi tutti gli studenti. Quando dovrai prenotare l’aula, preparare gli argomenti, riempire di volantini la facoltà e quindi prenderti le parole di quell’usciere che andrà ripetendo all’infinito “Quijju co la maja arangione ha rottu ju cazzu co ssi volandini!”.
Quando si farà l’una di notte per organizzare una manifestazione, per capire che strada sta prendendo il nostro ateneo, per fare il punto della situazione di tutte le facoltà, anche semplicemente per cazzeggiare tra un cous cous e un bicchiere di vino.
Allora potrete parlarmi di normalità. Prima di allora non avrà alcun senso, come non avrà alcun senso comportarsi come se nulla fosse successo e senza tener conto delle difficoltà che questo comporta. Prima di allora le misure da adottare dovranno essere eccezionali e mirate a continuare nel migliore dei modi, che non potrà coincidere con ciò che eravamo abituati a vivere. Non prima di allora.
Prima di allora, per me, è ancora il 6 aprile.
