Dice che

Mi permetto di aggiungere un colloquio sentito e vissuto a Pescara in questi giorni ai 3 capolavori che seguono.

- Dice che Obama li mettene a Roccarase.
- Ma che Roccarase, t’immattit? E che ci sta a Roccarase? Quell va a Caramaniche, a la Riserve.
- Ma nij stevene a fa’ la paleshtr chi lu camp da basket?
- E perché a la Riserve di Caramaniche ni tenn nu camp da basket?

Nostalgie

Non so cosa possa essere peggio tra un coro contro i napoletani intonato da Salvini e la risposta-rap della Mussolini (in napoletano, tra l’altro).
So solo che questa gente rappresenta la classe dirigente, nonché parte integrante del Governo, che guida il nostro Paese.
E io che prendevo a parole l’Uomo Gatto.

14 luglio, perché aderisco

14 luglioSu iniziativa di Alessandro Gilioli, la rete è alle prese con una mobilitazione per la difesa della libertà di informazione. Il 14 luglio i blogger di mezza blogosfera italica terranno a riposo le proprie tastiere. Stando agli organizzatori, al silenzio della rete sarà contrapposta una manifestazione in quel di Roma.
Non nascondo i miei dubbi sul metodo – IMHO, l’effetto del silenzio dei giornalisti è inversamente proporzionale all’effetto del silenzio dei blogger -, ma il merito lo condivido a pieno.
Il Café chiuderà i battenti per un giorno, quindi, per contrastare gli effetti devastanti del ddl intercettazioni e per affrontare a muso duro tutti i tentativi di controllo e di legiferazione malsana dei quali il governo attuale si sta rendendo protagonista.
Il casus belli di tale iniziativa è stato, come già detto, il ddl intercettazioni, l’ultimo provvedimento – in ordine cronologico – di una serie di provvedimenti come l’emendamento D’Alia e l’estensione alla definizione di “organo di stampa” per qualsiasi blog e sito personale.
Di seguito, l’intervento di Guido Scorza che riassume tutto in poco meno di quattro minuti.

Senza sminuire le altre motivazioni, la causa regina della mia adesione è proprio il disegno di legge sul diritto all’oblio in Internet, che va ad intaccare la memoria, non solo digitale. E’ un chiaro attacco al passato, è un evidente incentivo al dimenticare – cosa nella quale noi italiani siamo bravissimi già di nostro -, è un provvedimento che va al di là di ogni tecnicismo e ci apre gli occhi di fronte alle reali volontà di questo governo: far dimenticare il passato perché si ha paura di chi ricorda o, peggio, si ha paura che si possare ricordare.
La Rete è un recipiente di informazioni molto vasto ed il solo pensare di poter legiferare in questo modo, cercando di controllare per mezzo della legge la memoria – non solo telematica – di una civiltà è quanto di più antidemocratico e retrogrado si possa auspicare.
E voi, che farete?

Tunisians do it better

Pescara, 4 luglio 2009. Tre rapinatori assaltano una gioielleria, in pieno pomeriggio, alle 16.30. Nel giorno in cui iniziano i saldi, in una città gremita di turisti e di forze dell’ordine. Si sono spacciati per volontari dei Giochi del Mediterraneo, una signora anziana ci è inavvertitamente cascata. Sono stati presi, tutti e tre: due pugliesi ed un napoletano.
Non passeranno alla storia come gli emuli di Daniel Ocean.

Pescara, 5 luglio 2009. Un membro della rappresentativa tunisina, per la precisione un ciclista della selezione nordafricana, deruba tutti i suoi compagni di squadra e scompare nel nulla. Prende denaro e oggetti appartenenti agli altri atleti. Per ora non sono stati resi noti nome e cognome.
A questo Daniel Ocean gli fa un baffo.

Ho visto

Andrea arriva alle 9:30 nel cortile tra Coppito 1 e Coppito 2, come da appuntamento. Ad attenderla siamo io e Roberto, Chiara arriverà più tardi. Cominciamo a girare per il servizio dentro l’atrio della Facoltà di Scienze. Angelo, il cameraman di Andrea, mi monta addosso il microfono che, se non fosse stato per la patina di gommapiuma, avrei avuto difficoltà a capire di cosa si trattasse.
Facciamo un giro nelle tende destinate alle varie facoltà, anche li Angelo e Andrea riprendono gli esami e intervistano studenti e docenti, sotto un sole che alza la temperatura fino a 27 gradi. A pranzo mi fermo nella mensa allestita dalla Misericordia nell’ex parcheggio docenti, dietro Coppito 1. Dentro ci sono i tavoli della mensa dell’ADSU, inutile dire l’effetto che fa.
L’appuntamento con Andrea e Angelo per andare in centro è alle 14:00 davanti la Facoltà, ma un’improvvisa tromba d’aria rimanda la partenza di mezz’ora. In una Alfa color prugna, interni in velluto e rifiniture in legno, degna del miglior episodio di Poirot, ci dirigiamo verso la Fontana Luminosa, dove ci attende una squadra dei Vigili del Fuoco di Pescara. Ci accompagneranno nella zona rossa.
E lì, ho visto.
Ho visto una città fantasma, silenziosa e abbandonata alla pioggia e al caldo. Ho visto una moltitudine di vigili del fuoco intenti ad incerottare tutto ciò che di pericolante incombe sulle vie aquilane. Ho visto l’erba salire su dai marciapiedi, laddove non sarebbe mai potuta crescere perché quei luoghi erano il punto di ritrovo di migliaia di persone.
Ho visto Ju Boss, patria indiscussa del vino e delle mie serate, solitario ma non per questo indebolito da quella notte, ancora intatto e ansioso di recuperare le sue anime notturne, che tra uva e solfiti davano linfa vitale a questo pezzo di storia.
Ho visto l’aiuola di Piazza Palazzo, la prima venendo dai Quattro Cantoni, piena di erbaccia alta fino a superare le ringhiere. Ho visto il Rigoletto e la sua porta di vetro, che non serve più a portarti in un ristorante, bensì a trattenere le macerie che sono scese dai piani superiori.
Ho visto Palazzo Camponeschi: è chiuso, è ferito. Dentro non possono farci entrare. Rimaniamo lì fuori, in Piazza Margherita, a finire di girare il servizio con Andrea e Angelo. Nel frattempo, discuto con i vigili del fuoco sull’avanzamento dei lavori e sulle prospettive. Sono ottimisti, ma sanno benissimo che il lavoro da fare è tanto.

Palazzo Camponeschi

Ho visto via Roma. E Palazzo Carli, il Dipartimento di Storia, l’arco di Via del Capro. Ho visto case messe a nudo dal sisma, squarci che rivelano la bellezza e il patrimonio artistico aquilano. Ho visto lo Student Bar, dove un po’ tutti noi studenti aquilani lasciato migliaia di neuroni brindando con i nostri compagni.
Ho visto la Casa dello Studente, la ferita più grande e più grave. Vederla in televisione ti rende inconsapevole, c’è quel desiderio – forse morboso – di vedere con i tuoi occhi, come se andare lì cambierebbe le cose, come se camminare per via XX Settembre potesse risolvere i problemi. Non ti rimangono che le lacrime, invece, che trattieni perché sei un tipo freddo, uno che il dolore lo conosce da sempre e che non può e non deve permettersi un cedimento. Hai davanti agli occhi quel disastro e ti senti una persona piccola, inutile, impotente.
Come volgi le spalle, però, hai ben chiaro tutto. Sai quello che devi fare, d’ora in avanti, sai qual è il tuo obiettivo, la tua missione. Ridare vita a quella città, donarle ancora una volta lo splendore che era capace di donare. Tutto sta nel capire come. Perché una volta capito e dopo aver visto, non hai scuse per rimanere indifferente.
Era parte di te e continuerà ad essere parte di te.

Voi avete paura

Non conosco da vicino l’attività di Debora Serracchiani, non l’ho votata alle Europee e non l’avrei votata per principio. Se ne fa un gran parlare, perché ha risvegliato lo spirito di migliaia di cittadini che cercano qualcosa di nuovo.
Arriva l’estate, arriva il caldo e arriva il puzzo di congresso di ottobre. Debora dice la sua. E se fino al giorno prima si tessevano le lodi di questa donna, tutti storciono il naso di fronte alle sue dichiarazioni. Ha detto ciò che pensava. Su D’Alema, su Bersani. Sul vecchiume che affligge il PD.
Ha semplicemente detto le cose come stanno. E questo non è possibile, a destra così come a sinistra. E giù di critiche, sdegno e lamenti. Tutti a darle addosso perché ha osato toccare l’intoccabile, violare l’inviolabile.
Ciò che tutti coloro che hanno espresso disapprovazione per le parole di Debora non diranno mai è che hanno paura. Paura di quello che sono realmente: minestre riscaldate, vino andato a male, formaggio ammuffito. Avete sbagliato come classe governante di un paese e come classe dirigente di un partito.
Nel paese del calcio come credo religioso, il miglior proverbio è quello che recita “Squadra che vince non si cambia”. Voi avete perso. E continuerete a perdere, se questo è ciò che proponete al vostro elettorato.
Voi avete paura. Paura di dover abbandonare le poltrone, paura di perdere il controllo, paura di dover rinunciare ai privilegi ai quali avete tanto aspirato. Paura di ammettere di aver sbagliato, paura delle conseguenze dei vostri errori.
Non so se Debora sia la soluzione ai vostri problemi, sono però certo di sapere cosa li ha causati: voi.
E’ ora di fare le valige, è ora di cambiare aria, di aprire le finestre e di far entrare aria nuova. Che qui dentro comincia a puzzare.

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