Un lustro alla caffeina

Signori, fate gli auguri a questo po’ po’ di blog di provincia, su.
Dopo i convenevoli, ditemi come sarà il Café da qui ai prossimo cinque anni, secondo voi.
Che poi si tornerà qui e vedremo chi avrà avuto ragione.

La camera d’aria

Succede che sei in bicicletta, in montagna, temperatura mite, ma neanche più di tanto. Sei lì che pedali da un bel po’ di ore, su una strada che, da qualche chilometro, s’è fatta dissestata, piena di insidie ma priva di segnaletica, ci sono vetri sparsi un po’ ovunque.
Ti fai la classica domanda da italiano medio: “Ma perché non fanno nulla per mettere a posto questa strada?”. E, siccome vivi in un’Italia media, la tua sarà soltanto l’ennesima domanda che non troverà una risposta.
Continui a pedalare, se non ci pensa il Comune a quella strada, non puoi farlo certo tu, non sei un ingegnere civile, né tantomeno un esperto di strade.
All’improvviso, incappi in un pezzo di vetro che non riesci ad evitare e buchi la camera d’aria. Rimani a piedi, in una strada di montagna, e tutto intorno è silenzio.
Ti viene da pensare, da italiano medio: “Se solo avessero fatto qualcosa per questa strada, almeno avvertire con un qualche segnale”. Ti rimbocchi le maniche e scendi a valle, sperando di trovare qualche buon biciclettaio che può aiutarti.
Lo trovi, impegnato a discutere con altri colleghi, e gli descrivi il problema. Ti dirà, da italiano medio “Da quanto tempo dicevo che per quella strada bisognava fare qualcosa, ma adesso non si preoccupi, alla sua bicicletta ci penseremo noi”.
Gli fai notare che si è bucata la camera d’aria a causa di un vetro. Lui, però, non ne vuole sapere. Ti dice che farà tutto il possibile per riconsegnarti una bicicletta funzionale.
Inutile insistere sulla camera d’aria. Anche perché sia lui, sia gli altri biciclettai, sembrano interessarsi ad altro. “Ma come?” ti chiedi, con la solita aria da italiano medio “Son venuto qui per una camera d’aria bucata e voi neanche mi state a sentire?”.

Succede che sei in una città, in montagna, temperatura mite, ma neanche più di tanto. Sei lì che vivi da un bel po’ di anni, in una città che, da qualche mese, trema, giorno e notte ma senza particolari attenzioni da parte delle istituzioni, ci sono epicentri sparsi un po’ ovunque.
Ti fai la classica domanda da italiano medio: “Ma perché non fanno nulla avvertire la popolazione?”. E, siccome vivi in un’Italia media, la tua sarà soltanto l’ennesima domanda che non troverà una risposta.
Continui a vivere e a fare il tuo dovere, se non ci pensa la Protezione Civile a quella serie di sismi, non puoi farlo certo tu, non sei un geologo, né tantomeno un esperto di terremoti.
All’improvviso, una notte, capiti nel bel mezzo di una scossa che devasta tutto, che non riesci ad evitare e tutto intorno scompare. Rimani a piedi, in una strada di montagna, e tutto intorno è silenzio.
Ti viene da pensare, da italiano medio: “Se solo avessero fatto qualcosa per questa città, almeno avvertire con un qualche comunicato, qualcosa”. Ti rimbocchi le maniche e scendi a valle, sperando di trovare qualche buon docente che può aiutarti.
Lo trovi, impegnato a discutere con altri colleghi, e gli descrivi il problema. Ti dirà, da italiano medio “Da quanto tempo dicevo che per quella serie di sismi bisognava fare qualcosa, ma adesso non si preoccupi, alla sua università ci penseremo noi”.
Gli fai notare che hai delle esigenze ben precise, a causa dell’effetto devastante terremoto. Lui, però, non ne vuole sapere. Ti dice che farà tutto il possibile per riconsegnarti un’università funzionale.
Inutile insistere sulle esigenze. Anche perché sia lui, sia gli altri docenti, sembrano interessarsi ad altro. “Ma come?” ti chiedi, con la solita aria da italiano medio “Son venuto qui per farvi conoscere le mie esigenze e voi neanche mi state a sentire?”.

Nonostante la camera d’aria bucata, ci sono cose che girano. E come se girano.

Cento passi

Cento passi possono sembrare pochi, percorri poco più o poco meno di cento metri. Ci sono occasioni nelle quali non ti accorgi neanche di averli compiuti, altre invece nelle quali ti sembrano un’eternità. Possono voler dire tutto, così come possono voler dire niente.

Cento passi separavano l’abitazione di Peppino Impastato da quella di Tano Badalamenti, lo stesso che gli avrebbe tolto la vita perché faceva quello in cui credeva. Abitavano nella stessa via, vittima e carnefice, separati da neanche cento metri di normalità, di quotidianità, di omertà.
E tutto questo Peppino lo odiava, voleva urlare la sua rabbia e il suo rifiuto al doversi sottomettere ad un sistema come quello mafioso, voleva fare uscir fuori tutto il suo disprezzo nei confronti di un cancro che attanagliava la salute sociale di un paese, di una città, di un’intera regione.
Non lo dimenticherò mai.

Cento passi separavano la macchina nella quale fu ritrovato Aldo Moro dall’Altare della Patria. Due simboli nazionali, due figure immortalate per sempre nella storia dell’Italia. Due figure che rappresentano il sacrificio di alcuni individui per il benessere di molti altri. Due figure che lievemente e quotidianamente scompaiono dalla memoria degli italiani, impegnati a gigioneggiarsi in divorzi e veline ministro. Due figure che per molti sono semplicemente un servizio del telegiornale che dimenticheranno la sera stessa.
Moro e il milite ignoto pagarono entrambi con la vita, anche se per motivi diversi.
Non lo dimenticherò mai.

Cento passi separavano la casa di Elena dalla piazza di Roio Poggio. Quante volte ho fatto quei cento passi, che mi portavano dalla donna della mia vita, con nelle orecchie il mio lettore e tutto intorno l’abbraccio di una montagna a volte verde, a volte bianca, a volte marrone, secondo le regole del gioco delle stagioni.
In quei cento passi c’era tutto: la voglia di un futuro assieme, il desiderio di un lavoro sudato con anni di studio, la passione di due persone che si amano, ma anche l’essenza di un paese nel volto di una donna anziana, nel gironzolare a vuoto dei cani che popolavano la zona, nello scrosciare continuo di una fontana.
La notte del 6 aprile quei cento passi erano la distanza tra la vita e la morte. Non so chi, non so cosa, ci hanno dato la forza e la possibilità di farli. Non so come, non so perché, non so chi ringraziare, ma li abbiamo potuti compiere.
Il pensiero, però, va a chi quei cento passi non li ha potuti fare, a chi non ha avuto neanche cento millesimi di secondo per riflettere su come salvarsi, a chi ha chiamato cento volte il telefono di una persona cara, di un figlio, di una madre, di un compagno di corso, senza ottenere risposta.
E credetemi, non lo dimenticherò mai.

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