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Inorridire

Due volte. E nello stesso contesto.

La prima, di fronte alla notizia e ai video che mostrano l’attentato di Boston. C’è da rimanere senza fiato, più che senza parole. La vigliaccheria di certi individui supera l’umana concezione e si riversa su una manifestazione sportiva. Chiunque sia stato, non può essere considerato umano. Non dal punto di vista mentale, almeno. È inaccettabile.

La seconda, di fronte all’idiozia del genere umano che si manifesta nel protagonismo più schietto e palese. Ora spiegatemi una ragione umanamente ammissibile, che non sia la malsana mania di avere consensi in termini di retweet, citazioni, like e commenti, per la quale una persona si sente in diritto di pubblicare contenuti come quello che segue.

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E mi fermo qui. Potrei diventare davvero scurrile.

Le tre anatre

Stamattina, il solito sole tiepido che nasce dall’Amstel sembra essere più limpido del previsto. Un’altra bella giornata di sole, la sesta in nove giorni. Meglio non abituarsi.

Anche il tragitto da Van Boshuizenstraat a Bullewijk ha riservato sorprese. La coincidenza a Zuid è stata rapidissima. È la prima volta che mi capita di scendere dal 51 per finire dritto nell’ultimo vagone del 50, direzione Gein. Solitamente, l’attesa non scende sotto i cinque minuti. Per non parlare della metro. Nonostante mancasse un quarto d’ora alle nove, era semideserta. Abitualmente, si sta come le sardine, almeno da Zuid fino a Bijlmer-Arena.

Da qualche giorno, era tornata la fragranza contadina che investe la pianura di Amsterdam in periodi un po’ più caldi. Quell’inconfondible odore di letame che arriva dalle campagne vicine e che segna il cambio di stagione, come le rondini in terra natìa. Scomparso anche quello.

«Se questo è il buongiorno non può che essere una giornata ricca di sorprese», penso.

Il vialetto che porta dal sottopassaggio della metro al mio ufficio è attraversato da un largo canale, dove uccelli di ogni tipo passano l’intera giornata. Cigni, papere nere, anatre selvatiche, gabbiani, piccioni. A tagliare il canale in due, c’è un ponticello di legno che permette a tutti coloro che lavorano in Hogehilweg di arrivare sul proprio posto di lavoro.

La mia attenzione cade su un trio di anatre che è intento a uscire di corsa dall’acqua, per superare la collinetta che fa da base al ponticello. A guidare la coda c’è un’anatra presumibilmente femmina, dato il piumaggio (ndb, confermerò più tardi che era veramente femmina). Corre verso la riva come per scappare dai due maschi inseguitori. Uno dei due era più veloce, le corre dietro fin quando lei raggiunge la parte di canale al di là della collinetta. Lei si tuffa in acqua, intenta ancora a scappare e il maschio in vantaggio le corre ancora dietro, nuotando velocemente. La corsa continua fino a metà canale, quando lei spicca il volo e va via verso l’altro ponte, che dista cinquecento metri dal primo.

Il primo inseguitore si perde d’animo quasi subito e rinuncia. L’altro, invece, che era rimasto sulla collinetta ad osservare la scena, non ci pensa due volte e si libra in volo non appena vede l’esemplare femmina spiccare fuori dall’acqua. E la raggiunge. Per far cosa non lo so, ma ho una mia teoria a riguardo. L’altro maschio, nel frattempo, risale il canale verso il primo ponticello, con il fare di chi è consapevole di aver perso una grossa opportunità.

Sarà che non ancora avevo bevuto il mio caffé, ma ho avuto una sorta di illuminazione. Io sono in una situazione non molto diversa dalle due anatre maschio. Devo solo scegliere che ruolo ricoprire. Se rinunciare alla prima difficoltà o spiccare il volo e far capire all’anatra femmina che, prima di fuggire, sarebbe il caso di confrontarsi.

Ok, la chiamo.

A little gift

«Jump down, I’m ready to catch you.»

It took more than a while to convince her to jump from the window, down on the wreckages of the building that used to be in front of ours. I’m lucky because I’m a tall guy, and it takes a while to jump 3 meters and a half, but she is smaller and afraid like hell.

I’m surrounded by a carpet of stones, bricks, gas tanks, iron, glasses. Surrounded by destruction. I got no time to think what is happening around. I got to be focused on her, jumping from the window. She decided to jump and I caught her in my arms. We are almost safe.

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Therefore, I heard them.

Screaming loud. I could not recognize from where those screams were coming. We lost our phone and we were focused on finding it. In a second, I understood. They were under the wreckages. Asking for help. Trapped under what remains of their building.

Powerlessness. I felt nothing but powerlessness. Voices were coming out of three meters of wreckages and I could not do anything to help. Used to help everyone in every way possible. In that moment I could not do anything else but try to calm those voices down.

«They are coming! Calm down, they are coming!»

Was I right or wrong? Was I giving a bit of hope or making it worse? Could I do more? Did I do whatever I could do? The only thing that I know is that I started to call and tell everyone.

«They’re trapped there, send someone, they’re trapped there!»

Police. Firefighters. My mother. Friends. People in the closest square. My blog. I called and told everyone.

Few hours later, some news said that four guys have been extracted alive from that place. Few days later, I could verify that also the guys that I heard screaming were seriously injuried, but alive.

I heard their voices for a long time. I felt the powerlessness for weeks. Even today, if only I think about that moment, I feel helpless. But I have a wish and, if it comes true, I may calm down my fears and my feelings.

All I wish is to look those guys in the eyes, apologize for not doing more that I could do and hug them to feel that they’re there, alive, not screaming, smiling and happy.

This is all I wish, every April 6th. Every time that I speak about the earthquake. Every time that I think about that night. In short, every day.

La vera povertà

Il solo fatto di manifestare essendo pagati è una colata di sterco sulla propria dignità. Aggiungiamo il manifestare per una persona indagata, condannata, prescritta e palesemente bugiarda e quel briciolo di dignità rimasta fuori a prendere una boccata d’ossigeno, viene irrimediabilmente soffocata.

Quattro milioni (4000000) di poveri entro la fine del 2013. Disoccupazione ai massimi della storia recente, per non parlare del dettaglio della disoccupazione giovanile. Quasi paese in mano alle mafie. Diritti non tutelati, a cominciare dalle donne. Tanto altro ancora, che potrei andare avanti fino a domani mattina.

E loro per cosa protestano? Anzi, per chi protestano? Per colui che in 15 anni non ha fatto altro che promettere e non mantenere, difendendo esclusivamente il suo interesse personale. Adesso, ci sono anche gli italiani, che lui stesso ha messo col sedere per terra, a tutelare i suoi interessi.

È questo il pensiero del 29.5% degli italiani. Non avendo più parole per esprimere il disgusto, mi rimane che citare il buon caro Ian Malcolm.

Le ragioni del divertimento

Ognuno si diverte a modo proprio. E lui l’ha fatto così.

The why is also simple: I did not want to ask myself for the rest of my life how much fun it could have been or if the infrastructure I imagined in my head would have worked as expected. I saw the chance to really work on an Internet scale, command hundred thousands of devices with a click of my mouse, portscan and map the whole Internet in a way nobody had done before, basically have fun with computers and the Internet in a way very few people ever will. I decided it would be worth my time.

Deve andare bene per forza

Era dicembre. Tornavo dall’Aquila dopo un giovedì sera universitario. Un giorno che non vivevo in compagnia dei miei amici di sempre da almeno quattro mesi. Ero già partito per i Paesi Bassi ad agosto. Tre mesi volarono in meno che non si dica. In quei tre mesi successe di tutto, ero particolarmente provato dalla nuova avventura olandese, avevo anche parecchi chili in meno. Tutto sommato, ero felice.

Sapevo che non eri al meglio, ma non potevo immaginare quanto. Vederti in quelle condizioni mi lacerò cuore e mente. Avevi comunque lo spirito di sempre, che non ti ha mai abbandonato, fino all’ultimo. E questa fu la tua prima lezione. Mai mollare, mai cambiare il proprio carattere, per nessun motivo, mai smettere di sorridere, anche nelle difficoltà più grandi, mai smettere di credere nei propri valori.

Con un fare imbarazzato, ti ho riassunto in pochissime e forse insensate parole quello che mi era successo in quei tre mesi che non ci vedemmo. Mentre dentro mi sentivo esplodere perché ero stato lontano da te quando ne avresti avuto più bisogno. Ero comunque cosciente che ero lontano per realizzare qualcosa per il quale hai sacrificato tempo e risorse. Ero lontano non per dimostrarti che ce l’avevo fatta, ma che ce l’avevamo fatta. Se io ero lì a raccontarti dei miei progetti che andavano avanti in maniera soddisfacente, era solo per merito tuo e della donna che hai sempre amato.

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Ti raccontai che ero in attesa di avere un responso da un consorzio, per il quale avrei dovuto lavorare durante il mio progetto di tesi. Ti spiegai che, per andare in porto, dovevano esserci i presupposti di fattibilità che andavano bene a tutte le parti coinvolte: me, la mia docente di riferimento e il referente all’interno del consorzio. «Non dipende solo da me, ma speriamo vada bene», ti dissi. E tu, in dialetto e con la solita carica di sempre, mi risposi: «Deve andare bene per forza».

Quel progetto andò in porto qualche mese più tardi. Ad oggi, seppure con le dovute difficoltà, è agli sgoccioli e sta per dare i frutti sperati. Nel frattempo, ho anche trovato lavoro qui. L’obiettivo per il quale tutti quei tuoi sacrifici sono stati fatti è stato raggiunto. Ci è stato, recentemente, chi ha provato ad interporsi tra me, i miei obiettivi e i tuoi sudati sacrifici, rischiando di farmi mandare all’aria tutto ciò per il quale abbiamo lavorato, pianto, gioito, sofferto, riso e discusso – talvolta animatamente – assieme. La forza del sorriso che mi hai dato, però, ha avuto ancora una volta la meglio.

Non avevo alcun altro modo per ripagarti, spero solo di averti fatto felice.

Ricominciamo

Da oggi si torna a scrivere quotidianamente. O almeno ci si prova.

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