Il bindi mancante

Si allontanò dal container prima che qualcuno potesse vederlo.
Si rimise la giacca dopo averla scrollata per bene.
Si diresse quindi verso i locali di rimessa della stazione, non molto distanti dall’aera container che ospitava il campo profughi.
Da lì proseguì verso il fiume che costeggiava la stazione. Il rumore dell’acqua che scorreva velocemente gli diede una sensazione di benessere. Lo sollevò dai peccati appena commessi. Lo lavò dalle colpe inconfessabili.
Girò a destra, per un viale alberato e poco illuminato che lo avrebbe riportato a casa.
Un letto matrimoniale riempito a metà, il frigorifero vuoto, le cassette della birra impilate sul balcone, gli abiti sporchi da due settimane, il lavandino pieno di piatti da lavare. Quella tana per topi aveva tutti i difetti di questo mondo, ma era pur sempre un posto da poter chiamare casa.
La giornata era agli sgoccioli. Niente sarebbe stato meglio di una birra ghiacciata e un po’ di pornografia gratuita online.
Sulla via di casa, accese la quattordicesima sigaretta della giornata. Stabilì un limite di quindici sigarette al giorno. Mancava meno di un chilometro e si complimentò per essere rimasto sotto la soglia.

Diede un calcio ad un tozzo di pane abbandonato vicino ad un bidone dell’immondizia. Da dietro una macchina sbucò un gatto bianco, che si fiondò sul pezzo di pane, miagolando disperatamente.
Non fu il balzo del gatto a spaventarlo, ma il suono di quel miagolio molesto. Gli tornarono in mente le unghie sulla lavagna durante le lezioni di Italiano. Un rituale che la maestra amava ripetere per guadagnare l’attenzione degli alunni.
“Maledetta Tinelli.” – pensò – “Se dovessi incontrarla ancora una volta, porterò anche lei ai container.”.
Non finì di pianificare il suo prossimo peccato che il miagolio tornò a fargli tremare la spina dorsale.
«Stupido felino, dove cazzo sei?» disse inginocchiandosi e scrutando tra le ruote della macchina.
Il gatto non c’era. Nessuna traccia né del felino, né del tozzo di pane che aveva appena agguantato.
Ancora una volta, il miagolio. Stavolta più lungo e disperato. Guardò meglio sotto la macchina, ma non vide nulla.
Alla terza replica alzò lo sguardo e capì che arrivava dal vicolo dietro il bidone dell’immondizia.

Oltrepassò il bidone. Scorse quattro sagome, distanti alcune decine di metri da lui. Fece un paio di passi in avanti, rimanendo nella penombra del vicolo.
Avvicinandosi, la scena diventò più nitida e allo stesso tempo più raccapricciante. Due uomini armati di coltelli e un terzo tratteneva una donna, tenendole chiusa la bocca con una mano.
Guardò l’orologio. Le ventitré e sedici. “Due peccati dopo cena. Brutto segnale”.
Si avvicinò ulteriormente, senza fare rumore. Fece attenzione a non calpestare qualsiasi cosa che gli avrebbe rovinato l’effetto sorpresa.
Di nuovo quel miagolio. Fissò la donna. Era immobilizzata. Ancora un miagolio. Si girò e vide dietro di lui il gatto bianco.
«E tu che cazzo vuoi?» sentì esclamare.
Si voltò di nuovo e si ritrovò uno dei due uomini col coltello puntato verso di lui.
Si voltò di nuovo verso il gatto.
«Esatto! Che cazzo vuoi? Via, sciò, a casa!»
«Dico a te, figlio di troia. Vuoi che strappi quella testa di cazzo dal tuo corpo?»
«Ma che modi…» replicò.
«O ti togli dalle palle, o ti taglio le palle.»
«Frase ad effetto, complimenti. Lasci almeno che mi presenti…»
«Non me ne fotte un cazzo di chi sei! Se non vai via dal cazzo con i tuoi piedi, ti rispedisco al creatore a fette!»
«Okay! Me ne vado. Però se lo lasci dire: lei ha davvero una bella fronte…»
«Via dal cazzo, checca isterica!»
«Tanto bella, ma manca un dettaglio fondamentale.»
L’uomo col coltello, dal fisico muscoloso e dalla fronte visibilmente alta, era ormai a mezzo metro. La distanza ideale.
«Le manca un bindi.»
L’uomo col coltello rimase sorpreso dalla velocità con la quale si ritrovò una Beretta M9 puntata in pieno volto. Non ebbe nemmeno il tempo di sentire lo sparo che conficcò un proiettile dritto tra le sue sopracciglia.
Il corpo dell’uomo col coltello cadde all’indietro come un albero appena abbattuto. La testa sbatté sul pavimento. Un rumore sordo, accompagnato dagli schizzi di sangue che colorarono le mura del vicolo.
Dietro di lui, i tre individui assistettero impietriti all’intera scena.
Il gatto fuggì nella loro direzione, ma questo non li distolse dal rituale della presentazione.
«Buonasera, signori. Sono l’ultimo essere vivente che vedrete. Non ditemi chi siete voi. Lo so già» disse guardando l’orologio. «Voi siete gli ultimi cadaveri che vedrò stasera.»

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