Il teorema di DiCaprio-Russell

Se pensate che la cerimonia degli Oscar sia stata a tratti imbarazzante per quello che è successo al momento della premiazione più importante, mettetevi comodi: vi sbagliate.

Comincerei raccontando di quanto ho goduto nel vedere premiato Moonlight. Detesto i musical sul grande schermo, ma di questo ne parleremo un altro giorno. Parliamo di Leonardo DiCaprio.

Quest’anno, il divo di Titanic e The Revenant ha preferito investire nell’attivismo ambientale, rimarcando l’importanza dell’intervento contro il riscaldamento globale in Before The Flood. Infatti, l’attore americano è salito sul palco per premiare, non per essere premiato.

E credo di non essere stato l’unico, quando è salito sul palco per nominare Emma Stone migliore attrice protagonista, a rivivere il momento della sua premiazione nel febbraio 2016. Fu proprio lì che pose l’accento sul suo impegno ambientalista.

La strada che l’ha condotto fino a quel premio è ormai leggenda. Determinazione, scelta di ruoli rilevanti, consapevolezza del proprio talento e dedizione all’arte cinematografica.

Mettendo da parte le dietrologie inerenti agli Academy Awards, analizziamo brevemente il percorso di DiCaprio: produzioni mastodontiche, registi di fama internazionale, copioni scritti dagli sceneggiatori più brillanti del panorama hollywoodiano. Ci ha messo sempre lo stesso impegno, si è sempre migliorato, film dopo film, fino ad arrivare ad avere una broncopolmonite e a sfidare i ghiacci canadesi, pur di raggiungere il verdetto tanto ambìto.

Eppure Leo è arrivato al traguardo dopo ben cinque nomination – sei, se includiamo quella da produttore per The Wolf of Wall Street.

Ora cercate di ricordare l’apprensione che c’era intorno al verdetto degli Oscar 2016. Provate a riportare alla mente gli articoli dei giorni antecedenti il 29 febbraio 2016, e magari anche quelli che seguirono le edizioni del 1994, del 2005, del 2007 e del 2014. Aggiungete la delusione per l’esclusione dalle nomination dopo le grandi performance in TitanicJ. Edgar e The Departed.

Ed è qui che vi chiedo: sapete chi è Greg P. Russell?

Non fate quella faccia, so benissimo che non avete idea di chi stia parlando.

Russell è un ingegnere del suono che ha lavorato a tantissimi lungometraggi di successo. Basta citare Pearl Harbor ed Apocalypto per rendere l’idea. Russell è nel mondo del cinema dal 1970, ma deve aspettare il 1990 per avere la prima nomination agli Academy Awards – per il miglior suono con Black Rain. La prima di una lunghissima serie. Quell’anno iniziò il suo rapporto difficile con la statuetta d’oro. Infatti, Russell ha collezionato ben sedici nomination in tutta la sua carriera, sempre per il miglior suono.

Di quelle sedici nomination, nessuna si è convertita in statuetta.

Greg P. Russell non ha mai avuto l’onore di alzare un Oscar in vita sua, nonostante avesse avuto ben sedici occasioni per farlo. A confrontarla con quella di DiCaprio, la battaglia di Russell è più epica di Odissea ed Iliade messe insieme.

Poi arriva il 2017. Arrivano le nomination, l’ansia per la premiazione, i pronostici, i gossip. E Russell è nominato per la diciassettesima volta.

Greg è “nel giro” da ormai 47 anni. È esperto e sogna che questa notte si trasformi in trionfo da tanto, troppo tempo. Sa come funziona, conosce le regole del gioco. O almeno è quello che uno si aspetterebbe.

Greg è stufo di aspettare, non ne può più. Greg ha di fronte una
bella lista di contendenti di tutto rispetto (Arrival, Rogue One, Hacksaw Ridge e La La Land). Greg teme la sconfitta, suda freddo, non dorme la notte.

Greg perde la lucidità. Alza la cornetta e cerca di influenzare un membro della giuria dell’Academy. Cheryl Boone, presidente dell’Academy, lo viene a sapere e va su tutte le furie.

In un comunicato, l’Academy annuncia l’esclusione dalla nomination per Greg P. Russell, affermando quanto segue:

contacting Academy members by telephone to promote a film or achievement is expressly forbidden, even if such contact is in the guise of checking to make sure a screener or other mailing was received

Ho provato ad immaginare i quattro atti di un film imbarazzante: l’attesa, la chiamata, la comunicazione dell’esclusione e la conseguente reazione. Avrei voluto scrivere tutte le diverse varianti che mi son balenate in mente, ma lascio la palla a chi fa più ridere di me. Ho preferito recepire il messaggio, forte e chiaro: non importa quante volte fallisci. Quello che importa è rimanere lucidi, senza inseguire scorciatoie, ma al più cercare di fallire meglio.

E un giorno, chissà, potreste anche vincere un Oscar.

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