Prendo la linea

Non era domenica se non si andava al mercato di Cappelle sul Tavo a comprare gli ingredienti per il pranzo e, se il morale era quello giusto, i panini con la porchetta. Non era domenica se non si prendeva la macchina e si viaggiava verso l’entroterra abruzzese: a Loreto Aprutino o a Collecorvino a trovare i parenti di mia madre, ad Atri o a Silvi Paese a trovare i parenti di mio padre. O in altri luoghi, dei quali ho solo qualche immagine sbiadita nella mente. Non era domenica senza le partite della Serie A.

Oggi è sufficiente trovare un canale pirata online, farsi prestare l’account Sky Go da un amico o sborsare una certa quantità di denaro ogni mese per ingozzarsi di gol, replay e commenti a caldo dagli spogliatoi.

Sul sedile posteriore della Golf GL 1.6 non era così semplice. Dopo aver messo in moto, si doveva alzare l’antenna con un pulsante apposito, posto sul quadrante alla sinistra dello sterzo, e confidare nell’isofrequenza. Attraversare le colline pescaresi senza aver imprecato almeno una decina di volte per il segnale radio debole era da considerarsi un’impresa storica.
Sentir dire «Oggi andiamo a Roccamontepiano» era come se ti avessero rubato l’autoradio.

Eppure le emozioni erano le stesse. C’era solo una cosa che lavorava più del solito: l’immaginazione. La risoluzione 4K e i mille frame al secondo rendono quasi banale una punizione di Dybala che, dopo aver preso una breve rincorsa, scaglia la sfera al di là della barriera, infilandola sotto l’incrocio dei pali, alle spalle del portiere che, immobile, non può far altro che vederla entrare.

Sul sedile posteriore della Golf GL 1.6 dovevi lavorare di fantasia. Dovevi interpretare quello che il radiocronista, seppur con precisione e pathos, ti raccontava con le sole parole. Un goal di Roberto Baggio era una fiaba narrata per farti sognare ad occhi aperti. Una rovesciata di Marco Van Basten era la storia di fantascienza che ti saresti aspettato di leggere in un libro di Philip K. Dick.

Quello del radiocronista è un lavoro di grande responsabilità, specialmente oggi che i bit del video hanno ucciso i suoni graffiati della radio. Ma non solo: ascoltare una partita narrata alla radio è un fantastico esercizio mentale. Così come lo è narrarla.

Sarà per questo che, quando non c’erano partite alla radio, quando i parenti salutavano e i panini con la porchetta erano ormai un ricordo, mi veniva voglia di indossare le cuffie, prendere il giornale con le formazioni delle squadre e, improvvisandomi Riccardo Cucchi, inventare di sana pianta la radiocronaca e l’esito delle partite.

Già, Riccardo Cucchi. Voce inconfondibile ed indimenticabile di Tutto il calcio minuto per minuto. Mentre sognavo di sentirlo narrare le mie gesta calcistiche, mi accontentavo di imitarlo con le cuffie del walkman in testa ed un foglio di giornale sotto agli occhi.

Dal 12 febbraio scorso, Riccardo Cucchi si è ufficialmente ritirato dalle radiocronache di Tutto il calcio. Dopo trentotto anni di onorata carriera e venticinque anni di contributi alla mia immaginazione, ha lasciato con questo messaggio:

Io non sono mai diventato un calciatore, ma oggi ho ricominciato sia a scrivere che a correre, dopo un lungo periodo di agonia (e non solo fisica).
Ed è a lui che voglio dedicare questo ritorno, perché la sua passione funga ancora una volta da ispirazione, da motivazione e da catalizzatore di quell’immaginazione che non ama rimanere in panchina, ma che scalpita per calcare campi importanti.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *