Of beard and intolerance

Stazione di Haarlem, 15 novembre. Arrivo di corsa alla fermata dell’autobus. Devo prendere la coincidenza per andare a casa di un’amica bulgara che non incontro da tempo. Sfortunatamente, l’autobus parte senza di me.

Il piazzale della stazione è semi-deserto. Ci sono solo io, in compagnia di due signori anziani, uno dei quali si avvicina a me, con viso imbronciato.
Inizia a strillarmi qualcosa, dritto in faccia, ma in olandese. Gli dico, in inglese, che non capisco.
«Ah, so you speak English?»
«Yes…»
«Well, you have to cut that Al-Qaeda beard! You understand? You have to cut it! We don’t like it anymore!»
Io, basito e scioccato, cerco di placare gli animi.
«Man, I’m Italian, I’m atheist, but first of all a free man, so please, don’t shout at me like that.»
«No! After yesterday» – due giorni prima, sic – «we don’t like it anymore!»
«Who is we? And what makes you think that you can talk to me like that? I’m a free man and I get my beard as I want it.»
Nel frattempo, l’amico cerca di calmarlo. Gli spiego che si stanno sbagliando di grosso. E mi fa:
«Yeah, I know, shalom!»
E l’altro:
«Go kill your mother rather than our friends!»
Sicché perdo il mio proverbiale aplomb – non devi toccare la madre di un italiano, neanche per sbaglio.
«Go fuck yourself you both and get the fuck out of here or I’m going to call the police. Get-the-fuck-out!»

Al suono della parola “police” si placano. Nel frattempo, l’autobus arriva, e vicino a noi si è creato un piccolo gruppo di passeggeri che non hanno alzato un singolo muscolo del loro corpo per intervenire. A parte un ragazzo, che cerca di calmare i due folli. Lo stesso ragazzo mi dirà più tardi che quei due individui sono i classici “scemi del villaggio”, ma che mai si erano comportati così prima d’ora.
«Don’t worry, man» lo rassicuro.
Salgono sull’autobus e continuano a parlare – in olandese, che un po’ capisco – di Al Qaeda e del fatto che dovremmo chiudere le frontiere.
Arrivo alla mia fermata, ancora un po’ nervoso dal battibecco di qualche minuto prima.
Uno dei due, quello dello “shalom”, mi guarda e mi saluta.
«Have a nice day, allah akbar!»
Mi fermo. Li guardo. E li congedo, indicando entrambi, con quanto di meglio trovo nella mia mente infuocata dalla rabbia.
«Ma ngul a li puttane di li mamma vostr che nin v’hann accis quand’er or.»*
Scendo e vado a godere di un fantastico pranzo a base di pietanze bulgare. Alla faccia dell’intolleranza.

*: «[Possiate finire] nel culo delle vostre madri che non vi hanno tolto la vita quando era il momento giusto.»

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