Avversione primordiale

Sin da quando giocavo nel cortile dietro casa, a 8 anni. Sin da quando ero difensore nelle giovanili del Pescara Colli, quei tre anni buttati al vento, a causa i peggiori piedi della costa adriatica. Sin da quando ho iniziato a vedere le partite alla televisione e allo stadio.

Sin da quando la Cacioppo ci portava al dopolavoro ferroviario a rovinarci le ginocchia – e, personalmente, la testa – sull’asfalto grigio di fronte la stazione. Sin da quando Iurisci ebbe la barbara e malsana idea di mettermi nella squadra della scuola media (almeno facevo spogliatoio).

Sin da quando giocavamo in palestra, con la polvere che ci rodeva i polmoni, le colonne che dovevamo smarcare e Carpano che rompeva le palle perché non dovevamo uscire a comprare i panini a Bar Alessio. Sin da quando la mattina si decideva di prendere i motorini e andare al primo campetto utile, perché era bel tempo e la Capanna interrogava.

Non solo. Anche quando il martedì sera si giocava scapoli-ammogliati a Monticchio o Verdeaqua. Anche quando il match si ripete, con stampo internazionale, ogni domenica pomeriggio al BL-46 di De Boelelaan, dietro il WTC.

A me la melina davanti al portiere è sempre stata sul cazzo. Solo due parole: mai più.

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