Domani è già qui

Sono sveglio dalle sei del mattino, prendo un autobus alle sette e un quarto, faccio due ore di lezione, studio fino alle sei e mezza di sera, arrivo a viale Gran Sasso alle sette e un quarto, insieme ad Elena.
Lei ha l’autobus per Val Volmano alle sette e mezza, quindi deve fare il biglietto e alla svelta, altrimenti rischia di perdere il pullman. Ce l’ha fatta e riesce a salire sul pullman, un bacio caloroso prima di partire per la costa teramana. Prima di partire mi lascia un panino, per farmi mettere qualcosa sotto i denti, visto che fino alle undici e mezza non vedrò neanche l’ombra del cibo.
Rimango solo lungo il viale che costeggia lo stadio Fattori. Mi ricordo che sabato 17 ottobre hanno riaperto via Castello, ma soltanto fino all’incrocio con viale Malta, che ridà verso la Fontana Luminosa.
Mi guardo intorno e vedo che tra i pochi volti presenti non c’è nessun volto familiare. Lo stomaco comincia a brontolare. Aumentano le sue richieste di cibo quando i miei occhi si soffermano sulla temperatura indicata dall’orologio del Bar dello Stadio: 4 gradi Celsius.
A me il freddo ha sempre fatto venire fame, credo sia umano. Decido di mangiare il panino che Elena mi aveva amorevolmente lasciato. Penso anche che se rimango fermo lì, lungo il viale, il mio corpo diventerebbe un grande ghiacciolo di due metri. Mi alzo dalla panchina e mi convinco che se posso mangiare un panino davanti allo Stadio, posso farlo benissimo anche a Piazza Duomo. La strada per arrivare in piazza è un po’ articolata, ma nulla è impossibile e il tempo a disposizione è a mio favore: sono le sette e venticinque, ho l’autobus alle otto e quaranta, ho tutto il tempo di andare e tornare.
M’incammino verso via Castello. Sarà colpa del raffreddore, sarà colpa del Rettore (cit.), ma lungo quella via non riesco a sentire altro che l’odore della resina degli alberi che popolano il viale.
All’incrocio con viale Malta non posso non far caso alla palazzina che ospita Ju Boss. E’ tutto buio intorno, anche piazza Regina Margherita è un silente occhio nero, che attende di essere curato e di tornare a vedere bene. Per un momento la illumina il lampeggiante di una camionetta dei vigili del fuoco. E’ blu. Non l’avevo mai vista tinta di blu quella piazza. E’ innaturale.
Per un momento, cerco di sovrapporre le fioche luci gialle che la illuminavano, le persone che la popolavano e i litri di vino che allietavano le serate in quell’angolo di mondo, che per qualcuno – me incluso – era ed è tutto.
Mi distolgo da quella visuale, rimanere lì un minuto di più potrebbe essere deleterio per il mio fegato. E questa volta non è colpa dei solfiti. Prendo la strada fino a Porta Castello, guardo le puntellature ai vari edifici che riempiono la parte destra della strada. Nella mente mi tornano le parole dei geometri e degli ingegneri che parlavano dei lunghissimi tempi di recupero dell’intero centro storico. Cristo, non posso dargli torto.
Arrivo alla Porta. A fare da vedetta un gruppo di tre militari. Ad uno di loro chiedo se è possibile transitare a piedi da quelle parti, viste le grate e il loro piantone. Mi consolano dicendo di poter passare di lì accaventiquàttro. A piedi, naturalmente.
Via Zara è un altro pugno nello stomaco. Sulla destra un palazzo completamente denudato, fatto del solo intero scheletro di cemento armato. Curiosando lì dentro, a debita distanza, vedo che qualche mano umana ha finito il lavoro che il sisma del 6 aprile aveva iniziato. Solo i solai e la struttura di cemento. La mente corre a quei manichini svestiti, appesi addosso alle vetrine trasparenti. Quel palazzo non è altro che un manichino di cemento armato, che attende di essere rivestito.
Prima di svoltare verso la via che riesce a San Bernardino, un po’ di vita. Una gatta con i suoi due cuccioli. Quando mi vede si mette sulla difensiva. Si rilassa solo quando sono arrivato abbastanza lontano da poterle far tirare un sospiro di sollievo. Anche loro hanno una città da riconquistare, una vita da portare avanti. E gli occhi di quei cuccioli sono la conferma che neanche i gatti hanno una ragione per andar via da quel borgo.
Arrivo a San Bernardino. C’ero già stato con gli altri compagni di sempre. Via San Bernardino è nera e oro, color impalcatura. Attraversarla mette quasi i brividi. E’ color impalcatura anche il vicolo che porta all’Irish grande. Un particolare che ricorre sempre: l’erba dai sanpietrini, alta almeno ottanta, novanta centimetri. Un segno evidente di abbandono.
Arrivo ai quattro cantoni. Corso Vittorio è alle mie spalle, buio e senza un’anima. In lontananza si distinuge la Fontana Luminosa, semicoperta da una camionetta dell’Esercito. Mi viene voglia di caramelle. Sweet Sweet Way è lì, a due passi. Elena si fermerà a guardare quel negozio di borse, anche se avrà le serrande abbassate, non saranno di certo quelle a fermarla. Poi magari passiamo in sede Udu, qualcuno mi si fotterà le caramelle mentre io controllo la posta. Prenderemo l’81, male che va ci facciamo un po’ più di strada verso casa mia.
Torno in me, la grata mi riporta con i piedi per terra. Passeggio per Corso Federico II. I portici sono deserti, ma illuminati. Non si può andare lì sotto e le impalcature mi dicono perché prima ancora che io possa chiederlo. Anche lì immagino il viavai quotidiano di persone, anche di notte. Ricordo tutti i video girati in quella zona. Alcuni divertenti, altri anche di più, ma è meglio tenerli segregati, giusto per non perdere la faccia. Prima di arrivare a Piazza Duomo fisso la cabina telefonica del servizio taxi e penso a quanto devo essere scemo. Ogni sera, dopo Ju Boss, si passava da quelle parti. E puntualmente mi divertivo a far squillare quella cabina. E puntualmente il più ubriaco del gruppo cercava di rispondere. La mano si infila in tasca quasi d’istinto. Prendo il cellulare. Leggo il numero sulla cabina e lo compongo. Non ho credito. Fanculo. Tanto non si muove da lì, tornerò.
La piazza è deserta. Sullo sfondo, la sagoma della cupola ferita delle Anime Sante, adornata da una moderna impalcatura d’acciaio. Decido che voglio saperne di più sulle impalcature. Mi siedo sotto il lampione spento dal quale si vede via dell’Indipendenza. Un’altro scorcio di mondo che per qualcuno – me compreso – era ed è tutto. Il Terzo Tempo e i suoi cicchetti. Il kebabbaro non troppo salutare, ma di vitale importanza dopo le serate al Terzo Tempo. Si intravede Sant’Agostino, ma è troppo lontano per capire qual è il suo stato.
Estraggo il panino dalla borsa. Il silenzio è rotto soltanto dal rumore dell’acqua di una delle due fontane, quella più vicina all’ingresso del terminal.
Siamo io, la piazza e il mio panino. Nessun altro. Mi abbandono ai pensieri. Guardo in faccia il Duomo e le Anime Sante. Mi giro verso il Gran Caffé e mi vien voglia di un cappuccino, anche se so che non è il massimo insieme al salame e alla sottiletta del panino.
Spengo la mente e tengo accesi solo occhi ed orecchie. Mentre mangio mi sento abbracciato dal silenzio. E sto bene. Erano sei mesi e tredici giorni che non mi sentivo così bene. Ero in compagnia della mia migliore amica. Come direbbe Patrizio, è malata ed ogni tanto una visita gliela si deve. Piazza Duomo è una stanza d’ospedale, con orari fissati per le visite. E’ il mio turno. Tutto ciò che la mia migliore amica malata mi chiede è di guardare e sentire la sua malattia. Quel silenzio è un cancro che la sta divorando da dentro. Un male che le luci spente mettono ben in risalto.
Sei lì, seduto e impotente, di fronte a quanto più di immensamente doloroso tu possa immaginare. Lei ha bisogno di me e io sono lì. Vorrei chiederle cosa posso fare per farla sentire meglio ma lei mi risponde con il silenzio. Capisco quindi che quel silenzio non è un benessere e che devo fare il possibile per interromperlo.
Ho finito il panino. Accartoccio il foglio d’alluminio che lo ricopriva. Butto giù l’ultimo boccone. Mi giro verso il Duomo e le Anime Sante. La riguardo negli occhi. E, come se stessi parlando alla mia donna di fianco nel mio letto, le dico: «Buonanotte».
Rifaccio la strada al contrario. Ripasso davanti alla tinta color impalcatura di via San Bernardino, ai gatti di via Zara – che ora dormono uno di fianco all’altro -, ai militari di Porta Castello. Arrivo quasi vicino alla grata che separa me da Ju Boss, quando vedo un vigile del fuoco e due ragazze uscire da una casa. Un recupero a quell’ora mi sembrava un po’ strano, ma di strano ho visto pure troppo ultimamente. Come mi avvicino a quel vigile, è lui a prendere iniziativa.
«Toh! Chi si vede! E tu?»
Lo guardo bene nella penombra. Solo dopo un paio di secondi riesco a capire che è Mariano di Ju Boss. Non lo vedevo dal 2 aprile 2009. Lo abbraccio calorosamente, l’imbarazzo e l’emozione sono a livelli indescrivibili che altro non riesco a dire se non un ridicolo
«Tutto bene?»
«Eh, mejo de gnende. Dai che mo riapriamo, eh!»
E mentre dice questo, si dirige verso quella maledetta grata. L’istinto prende il sopravvento.
«Ma mo mo
«Ma che mo! Tra 15, 20 giorni massimo.»
«Dai che non aspettiamo altro». Glielo dico come se fossi il rappresentante di tutti i clienti di Ju Boss. Deformazione professionale.
«Ok, a presto allora.»
«A presto!»
Sono le otto e trenta, l’autobus fa già salire le persone ed io, in quel momento, potrei tornare a Pescara anche volando.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *