Ho visto

Andrea arriva alle 9:30 nel cortile tra Coppito 1 e Coppito 2, come da appuntamento. Ad attenderla siamo io e Roberto, Chiara arriverà più tardi. Cominciamo a girare per il servizio dentro l’atrio della Facoltà di Scienze. Angelo, il cameraman di Andrea, mi monta addosso il microfono che, se non fosse stato per la patina di gommapiuma, avrei avuto difficoltà a capire di cosa si trattasse.
Facciamo un giro nelle tende destinate alle varie facoltà, anche li Angelo e Andrea riprendono gli esami e intervistano studenti e docenti, sotto un sole che alza la temperatura fino a 27 gradi. A pranzo mi fermo nella mensa allestita dalla Misericordia nell’ex parcheggio docenti, dietro Coppito 1. Dentro ci sono i tavoli della mensa dell’ADSU, inutile dire l’effetto che fa.
L’appuntamento con Andrea e Angelo per andare in centro è alle 14:00 davanti la Facoltà, ma un’improvvisa tromba d’aria rimanda la partenza di mezz’ora. In una Alfa color prugna, interni in velluto e rifiniture in legno, degna del miglior episodio di Poirot, ci dirigiamo verso la Fontana Luminosa, dove ci attende una squadra dei Vigili del Fuoco di Pescara. Ci accompagneranno nella zona rossa.
E lì, ho visto.
Ho visto una città fantasma, silenziosa e abbandonata alla pioggia e al caldo. Ho visto una moltitudine di vigili del fuoco intenti ad incerottare tutto ciò che di pericolante incombe sulle vie aquilane. Ho visto l’erba salire su dai marciapiedi, laddove non sarebbe mai potuta crescere perché quei luoghi erano il punto di ritrovo di migliaia di persone.
Ho visto Ju Boss, patria indiscussa del vino e delle mie serate, solitario ma non per questo indebolito da quella notte, ancora intatto e ansioso di recuperare le sue anime notturne, che tra uva e solfiti davano linfa vitale a questo pezzo di storia.
Ho visto l’aiuola di Piazza Palazzo, la prima venendo dai Quattro Cantoni, piena di erbaccia alta fino a superare le ringhiere. Ho visto il Rigoletto e la sua porta di vetro, che non serve più a portarti in un ristorante, bensì a trattenere le macerie che sono scese dai piani superiori.
Ho visto Palazzo Camponeschi: è chiuso, è ferito. Dentro non possono farci entrare. Rimaniamo lì fuori, in Piazza Margherita, a finire di girare il servizio con Andrea e Angelo. Nel frattempo, discuto con i vigili del fuoco sull’avanzamento dei lavori e sulle prospettive. Sono ottimisti, ma sanno benissimo che il lavoro da fare è tanto.

Palazzo Camponeschi

Ho visto via Roma. E Palazzo Carli, il Dipartimento di Storia, l’arco di Via del Capro. Ho visto case messe a nudo dal sisma, squarci che rivelano la bellezza e il patrimonio artistico aquilano. Ho visto lo Student Bar, dove un po’ tutti noi studenti aquilani lasciato migliaia di neuroni brindando con i nostri compagni.
Ho visto la Casa dello Studente, la ferita più grande e più grave. Vederla in televisione ti rende inconsapevole, c’è quel desiderio – forse morboso – di vedere con i tuoi occhi, come se andare lì cambierebbe le cose, come se camminare per via XX Settembre potesse risolvere i problemi. Non ti rimangono che le lacrime, invece, che trattieni perché sei un tipo freddo, uno che il dolore lo conosce da sempre e che non può e non deve permettersi un cedimento. Hai davanti agli occhi quel disastro e ti senti una persona piccola, inutile, impotente.
Come volgi le spalle, però, hai ben chiaro tutto. Sai quello che devi fare, d’ora in avanti, sai qual è il tuo obiettivo, la tua missione. Ridare vita a quella città, donarle ancora una volta lo splendore che era capace di donare. Tutto sta nel capire come. Perché una volta capito e dopo aver visto, non hai scuse per rimanere indifferente.
Era parte di te e continuerà ad essere parte di te.

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