Quale normalità?

Spesso sento rassicurarmi che tutto procederà per il meglio, non rinunciando ai parametri qualitativi senza i quali il prestigio prenderebbe la strada dell’oblio. Sento dirmi di non dover preoccuparmi, che verrà fatto il possibile. E di questo ringrazio a voce alta.
Spesso devo sentirmi dire di capire le esigenze di alcuni. E sono consapevole. Talvolta però queste esigenze vanno ad infrangersi con esigenze di altri. E non stiamo parlando di piccolezze, come magari avveniva un giorno qualunque, in un’ora qualunque, in uno qualunque dei corridoi di Coppito 1. E parliamo di un grande numero di altri, rispetto al piccolo numero di alcuni.
Spesso sento dire in giro che bisogna tornare alla normalità, specialmente in ambiente accademico. I sacrifici che si stanno facendo in questi giorni sono molteplici, incommensurabili. Il ritorno alla normalità, però, è ancora lontano. Dobbiamo e possiamo batterci perché torni quanto prima, dobbiamo e possiamo farlo con tutte le forze necessarie.
Come se pulissimo un mobile pieno di polvere: dobbiamo strizzare e risciacquare lo straccio finché non torna puito e finché il mobile non torni allo splendore di un tempo. Nel frattempo, però, quel mobile giace lì, inutilizzabile. Su quel mobile, tante persone hanno riposto i propri sogni, i propri progetti futuri, le proprie speranze, la propria preparazione. Quel mobile, adesso, non fa parte della normalità.
Quando potrò tornare a casa – o in un qualcosa di simile -, preparare la cena e, dopo averla consumata, mettermi sui libri a studiare. Quando quella sera non mi vuole entrare in testa ciò che sto studiando e vado comunque a dormire tranquillo, perché tanto domani passo in ufficio del prof e chiedo delucidazioni.
Quando per un libro non dovrò fare chilometri, ma basterà chiederlo in biblioteca. Quando per stampare le dispense della lezione odierna non dovrò aspettare di tornare a casa, ma basterà passare in copisteria, dentro la facoltà, sorbirsi magari quei dieci o quindici minuti di fila – che spesso si tramutano in pettegolezzi o racconti della sera prima -, pagare e andare al primo banco disponibile per studiare.
Quando a pranzo non dovrò prendere alcun treno, ma basterà fare la fila a mensa e criticarla puntualmente per l’odore che emana, salutando a destra e a sinistra, chiedendo alle signore della mensa in quale modo ci avrebbero torturato in quell’occasione, per poi scherzare con la cassiera.
Quando, per un punto della tesi che non ne vuole sapere di sbloccarsi, chiudi il computer, fai giusto due o tre corridoi e chiedi al prof cos’è che non va, dove stai sbagliando. Per poi rifare gli stessi due o tre corridoi con l’espressione beata di chi ha visto la luce, e con il pensiero di chi stava sbattendo il muso su una sciocchezza da più di due giorni.
Quando saranno i tuoi compagni di corso a darti una mano, perché il docente non c’è e alle email non ti risponde, e capirai ciò che non eri riuscito a comprendere da solo, perché sai che due teste is megl che uan. Quando un problema di Ricerca Operativa lo risolverai con altre tre persone su di una lavagna panoramica, che non basterà e dovrai fare attenzione a cancellare ciò che le altre tre persone non hanno ancora finito di copiare e di capire.
Quando in Consiglio si dovrà deliberare su qualcosa di importante riguardante il tuo Corso di Laurea e dovrai organizzare un’assemblea per farne partecipi tutti gli studenti. Quando dovrai prenotare l’aula, preparare gli argomenti, riempire di volantini la facoltà e quindi prenderti le parole di quell’usciere che andrà ripetendo all’infinito “Quijju co la maja arangione ha rottu ju cazzu co ssi volandini!”.
Quando si farà l’una di notte per organizzare una manifestazione, per capire che strada sta prendendo il nostro ateneo, per fare il punto della situazione di tutte le facoltà, anche semplicemente per cazzeggiare tra un cous cous e un bicchiere di vino.
Allora potrete parlarmi di normalità. Prima di allora non avrà alcun senso, come non avrà alcun senso comportarsi come se nulla fosse successo e senza tener conto delle difficoltà che questo comporta. Prima di allora le misure da adottare dovranno essere eccezionali e mirate a continuare nel migliore dei modi, che non potrà coincidere con ciò che eravamo abituati a vivere. Non prima di allora.
Prima di allora, per me, è ancora il 6 aprile.

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