Cento passi

Cento passi possono sembrare pochi, percorri poco più o poco meno di cento metri. Ci sono occasioni nelle quali non ti accorgi neanche di averli compiuti, altre invece nelle quali ti sembrano un’eternità. Possono voler dire tutto, così come possono voler dire niente.

Cento passi separavano l’abitazione di Peppino Impastato da quella di Tano Badalamenti, lo stesso che gli avrebbe tolto la vita perché faceva quello in cui credeva. Abitavano nella stessa via, vittima e carnefice, separati da neanche cento metri di normalità, di quotidianità, di omertà.
E tutto questo Peppino lo odiava, voleva urlare la sua rabbia e il suo rifiuto al doversi sottomettere ad un sistema come quello mafioso, voleva fare uscir fuori tutto il suo disprezzo nei confronti di un cancro che attanagliava la salute sociale di un paese, di una città, di un’intera regione.
Non lo dimenticherò mai.

Cento passi separavano la macchina nella quale fu ritrovato Aldo Moro dall’Altare della Patria. Due simboli nazionali, due figure immortalate per sempre nella storia dell’Italia. Due figure che rappresentano il sacrificio di alcuni individui per il benessere di molti altri. Due figure che lievemente e quotidianamente scompaiono dalla memoria degli italiani, impegnati a gigioneggiarsi in divorzi e veline ministro. Due figure che per molti sono semplicemente un servizio del telegiornale che dimenticheranno la sera stessa.
Moro e il milite ignoto pagarono entrambi con la vita, anche se per motivi diversi.
Non lo dimenticherò mai.

Cento passi separavano la casa di Elena dalla piazza di Roio Poggio. Quante volte ho fatto quei cento passi, che mi portavano dalla donna della mia vita, con nelle orecchie il mio lettore e tutto intorno l’abbraccio di una montagna a volte verde, a volte bianca, a volte marrone, secondo le regole del gioco delle stagioni.
In quei cento passi c’era tutto: la voglia di un futuro assieme, il desiderio di un lavoro sudato con anni di studio, la passione di due persone che si amano, ma anche l’essenza di un paese nel volto di una donna anziana, nel gironzolare a vuoto dei cani che popolavano la zona, nello scrosciare continuo di una fontana.
La notte del 6 aprile quei cento passi erano la distanza tra la vita e la morte. Non so chi, non so cosa, ci hanno dato la forza e la possibilità di farli. Non so come, non so perché, non so chi ringraziare, ma li abbiamo potuti compiere.
Il pensiero, però, va a chi quei cento passi non li ha potuti fare, a chi non ha avuto neanche cento millesimi di secondo per riflettere su come salvarsi, a chi ha chiamato cento volte il telefono di una persona cara, di un figlio, di una madre, di un compagno di corso, senza ottenere risposta.
E credetemi, non lo dimenticherò mai.

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