Magie interrotte

E’ solo una questione di tempo, non di volontà. Se solo le giornate fossero da 48 ore, avrei tutto il tempo per dare sfogo ai miei hobby e ai miei interessi secondari. Potrei addirittura scrivere un libro.
L’ambientazione sarebbe fissa, almeno per il 99% del romanzo: su di un autobus. E non sarebbe casuale: sono 20 anni che viaggio sui pullman di servizio e ne avrò sentite di cotte e di crude. Pecco un po’ di memoria, ma basterebbe poco per risalire agli eventi più interessanti. Due barrato, quattro barrato, cinque, ventuno, trentotto, settantasette, settantanove.
Ed è proprio dal settantanove che traggo ispirazione quest’oggi.
Succede che due tizi si siedono in fondo, ai posti a quattro, laddove io occupavo uno dei quattro sedili già dal capolinea. Inizialmente bofonchiano qualcosa, poi tacciono per quasi tutto il viaggio. Fin quando il telefono di quello seduto sulla destra squilla.

“Oh, mamma, ciao.”
Segue saluto materno.
“Sì, tutto bene, tu?”
Segue responso materno.
“Sì, l’esame è andato benissimo: 30!”
Segue ilarità materna.

Il volto del ragazzo diventa improvvisamente pieno di gioia, l’apoteosi della felicità, un gozzoviglio di allegria e contentezza. Lo vedevo quasi lievitare in aria. Saluta la madre dall’altro capo del telefono. Mette in tasca il cellulare. Si gira verso l’amico e con un ghigno imprevedibile sentenzia.

“L’ha bevuta.”
Segue delusione incommensurabile del sottoscritto.

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