Legittima egìda. Pardon, ègida.

La legge della natura ci insegna che, se un essere vivente viene attaccato in maniera del tutto arbitraria, questo ha il sacrosanto diritto di difendersi con ogni mezzo a sua disposizione. Nella savana si corre, nella giungla ci si arrampica sugli alberi, nel corpo a corpo ogni mezzo è lecito.
Nella società umana, quella composta dagli animali più evoluti, la cosa è un tantino diversa. Gli umani hanno affermato che se qualcuno cerca di ucciderli, di far loro del male, questi hanno il sacrosanto diritto di difendersi. Si chiama legittima difesa.
Quando l’attacco arriva in forma meno becera e sanguinosa, l’etica e la civiltà umane ci insegnano che esistono mezzi civilmente più evoluti. Si chiamano manifestazioni, cortei, iniziative di protesta.
Qualunque sia il loro nome, hanno tutte un obiettivo comune: difendere. Difendere un diritto negato, difendere il futuro di un’intera generazione, difendere il proprio posto di lavoro. Difendere.
Ciò che nelle scuole e negli atenei italiani sta avvenendo in questi giorni, altro non è che una legittima difesa dagli attacchi del Governo. Attacchi molteplici, che giungono da ogni parte e in ogni modo e che hanno tutti un obiettivo preciso.

LA CAUSA

Gli studenti italiani si stanno difendendo da due leggi (l’ex dl 137 e la legge 133, meglio conosciuta come finanziaria) che mettono impropriamente ed arbitrariamente le mani sul loro futuro.
Si è parlato della necessità di una riforma, una necessità che si avverte anche frequentando l’ambiente scolastico-universitario. E si è deciso autonomamente, senza tener conto delle parti in gioco, che a questa necessità si risponda in un’unica via, imponendo una soluzione deleteria che non avrà altro esito se non peggiorare la situazione. 8 miliardi in meno per la scuola, 1 miliardo e mezzo in meno per l’università. 87 mila posti di lavoro in meno per la scuola, la possibilità di privatizzazione degli atenei italiani.
Si è già detto che maestro unico e grembiule altro non sono che specchi per allodole. Si è già detto che le classi d’inserimento sono mezzi d’integrazione già adottate anche all’estero: curioso è il paragone con le nazioni d’oltralpe, paragone che in questa occasione è comodo e funzionale, non come in molte altre circostanze. Ma questa è un’altra storia.
Non si è parlato delle 87 mila famiglie alle quali si è recato un danno irreversibile, non si è parlato del vero vantaggio – ahimè, inesistente – che gli studenti potranno trarre da questa riforma. Non si è parlato della condizione già gravosa in cui versano gli atenei italiani. Non si è parlato degli 1,5 miliardi di euro tolti all’università italiana e, qualche articolo prima nella finanziaria, consegnati al finanziamento dell’Expo 2015. Ciò che rabbrividisce, però, è che non sono stati interpellati i principali attori coinvolti in questa riforma. Già immagino la Gelmini, seduta alla scrivania a fare i compiti, intenta a compilare una legge che va al di là dei suoi ideali – Obama è tutt’altra cosa, Maria Stè -, senza interpellare rappresentanze studentesche, docenti, ricercatori, amministrazioni e quant’altro di interpellabile in un paese democratico, almeno a parole.
Il problema fondamentale è proprio questo: la riforma è stata imposta, non concordata né discussa. L’unica occasione nella quale ci si è “abbassati” a discutere con le parti è stata utile soltanto a ribadire la propria posizione, senza alcun margine di confronto. E certa gente parla di democrazia e libertà.
Non si è parlato di una riforma mascherata da legge finanziaria, che alcuni si ostinano ancora a non definire una vera e propria riforma. Il peggior colpo di spada inferto dal Governo nell’attacco al sistema d’istruzione italiano arriva proprio da qui. Un trabocchetto del tutto invidiabile dal punto di vista della furbizia di chi l’ha scritto. Bruciare 1,5 miliardi dal Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) si traduce in ridurre i finanziamenti pubblici alle Università italiane. Queste ultime possono difendersi soltanto in due modi: aumentando le tasse, rendendo più precario l’accesso agli atenei, o rivolgendosi ai privati, trasformandosi dapprima in fondazioni di diritto privato, sostanzialmente privatizzando l’Università e quindi negando in gran parte il diritto allo studio conquistato con tanta fatica da 40 anni a questa parte.
Un sistema funzionante ma in evidente difficoltà dovrebbe essere incentivato ed aiutato: gli articoli 16 e 66 della legge 133 rappresentano, invece, un vero e proprio colpo di grazia.

IL FATTO

Non potendo discutere con il principale interlocutore – il Governo – la gente si è riversata nelle strade e nelle piazze, negli atenei e nelle scuole a manifestare legittimamente il proprio dissenso, la propria posizione – opposta – rispetto a queste riforme. Gli studenti discutono in assemblee, organizzano cortei, si mobilitano per difendere ciò che hanno di più caro: il proprio futuro. Sessanta mila lungo le strade di Firenze, duecento mila a Roma, migliaia in varie città sparse per tutta la penisola. Il loro senso critico si è risvegliato, all’improvviso, da un irresponsabile sonno latente. E’ giunta l’ora di smettere di scherzare e passare ai fatti.
A Roma come a Firenze, gli studenti hanno occupato civilmente gli atenei, a braccetto con il corpo docente, organizzando anche lezioni in piazza. A Palermo gli studenti hanno fatto sentire la loro voce con un’assemblea alla quale hanno partecipato migliaia di persone. A L’Aquila, cinquemila persone hanno sfilato sotto la pioggia, alle sei di sera, il pomeriggio di un giovedì universitario: hanno preferito manifestare legittimamente il proprio dissenso, piuttosto che fare l’abituale aperitivo, piuttosto che organizzare cene e feste come d’abitudine, piuttosto che cazzeggiare come il giovedì universitario aquilano impone. A Pisa anche la sofisticata Normale si ribella a questo attacco: mi rimarrà impresso nella memoria in eterno quello striscione che dice: “Un paese vale tanto quanto quello che ricerca”. E poi tutte le scuole, occupate o no, dove gli studenti accrescono la proprio cultura non solo sui banchi, ma anche in assemblee e manifestazioni. Certo, il caso delle superiori è un po’ meno “maturo”, una buona fetta degli studenti approfittano della situazione per andare in vacanza anticipatamente. Una gran parte, però, è lì ad urlare contro un Governo che li ignora e che, però, dice di lavorare per loro. Senza loro. Questa sì che è democrazia.

LA CONSEGUENZA

In un paese dove il 70% dei mezzi d’informazione sono controllate – direttamente o indirettamente – dal Presidente del Consiglio, certa stampa fa di tutto per screditare la protesta e punta a criminalizzare i manifestanti, grazie all’equivalente comportamento del Governo stesso. Il sistema istruzione italiano è in difficoltà? Il Governo taglia i fondi e manda a casa decine di migliaia di persone. Studenti e docenti manifestano legittimamente il proprio dissenso e cercano il dialogo? Il ministro Gelmini apre un tavolo dove la trattativa è pura utopia, con un no in partenza grosso come una casa. Studenti e docenti scendono in piazza, organizzano cortei, manifestazioni e assemblee negli atenei? Berlusconi minaccia di mandare le forze dell’ordine all’interno degli atenei, seguito dal ministro Maroni che parla di denunce a chi occupa le scuole. Studenti e docenti affermano di voler manifestare pacificamente e civilmente il proprio punto di vista? Un ex Presidente della Repubblica divorato dall’andropausa come Cossiga consiglia di infiltrare i veri facironosi in modo da reprimere violentemente chi manifesta civilmente. Detto, fatto: a piazza Navona imbecilli di Blocco Studentesco attaccano – secondo la Digos, non solo secondo me – studenti liceali per lo più minorenni con spranghe ornate dal tricolore, coperti da caschi e armati fino ai denti, con un arsenale portato comodamente in giro con un camioncino. E qui, a L’Aquila, un Fiorino con solo il sound system al suo interno è stato perlustrato dalle forze dell’ordine da cima a fondo. Persino i cellulari sono stati controllati.
Dov’è la democrazia?

LE OPINIONI

Le opinioni dei diretti interessati sono fondamentali in questo periodo. Facciamoci sentire, sempre. E che questa occasione insegni a tutti coloro che fino ad oggi dormivano in un sonno catodico – o che, ahimè, dormono ancora – che la loro opinione è fondamentale in ogni occasione, non solo quando questa è espressa su qualcosa che li riguarda in prima persona. Il Governo sta cercando di screditare non solo la protesta ma anche l’opinione pubblica. Prova a zittire le voci che provengono dal pubblico, negando il dissenso e parlando, al contempo, di democrazia. L’ignoranza genera latenza di opinione. E questo fa comodo ad un Governo come il nostro, che fonda la propria potenza proprio sull’ignoranza. Ignoranza non vuol dire non sapere, vuol dire non voler sapere.
Come si diceva in V for Vendetta “Non devono essere i popoli ad aver paura dei governi, ma i governi ad aver paura dei popoli”.
Svegliatevi, italiani. La favola di questo governo non è a lieto fine. Siamo ancora in tempo per cambiare le cose. Facciamoci sentire. Sempre.

P.S.: leggete i post pubblicati su Ciccsoft (1, 2, 3 e 4), un’introspettiva interessante sulla protesta e sui chi la porta avanti e chi no.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *