Memorandum pro Facebook

Premessa

Si discuteva giorni fa della nuova versione di Facebook e dell’ondata di nuovi utenti che questa ha comportato. Come scriveva giustamente Axell, Facebook è finalmente arrivato alla gente, è arrivato nel mainstream come direbbero i più fighi.
Oltre alle centinaia di funzionalità e all’evidente ricchezza tecnica di tale social network, Facebook ha una caratteristica intrinseca che è riuscito ad implementare nel migliore dei modi: mettere in contatto utenti che si erano persi di vista da anni, se non decenni.
Se siete utenti Facebook, sapete di cosa sto parlando e, nella quasi totalità dei casi, avete vissuto in prima persona tale esperienza, sia direttamente che indirettamente. Quanti di voi non hanno mai osato cercare il vecchio compagno di banco delle medie? Quanti di voi non hanno ricevuto richieste d’amicizia da persone che pensavate essere partite per la Patagonia, quando invece sono più vicine di quanto possiate pensare?
Facebook ha questo grande merito: azzera le distanze.
E scopro così che Marco è in procinto di laurearsi in Informatica a Milano, che Pierluigi si è laureato in Medicina (era il migliore, non poteva andare diversamente), che Ettore ha aumentato esponenzialmente il proprio tasso di pazzia (guai a lui se non fosse così). E potrei andare avanti ancora per molto.

Retrolampo*

Questo post è quindi dedicato a loro, a tutte quelle persone che ho avuto modo di risentire dopo un decennio e che chiedono cosa sia successo in questi anni.
Ovviamente, raccontare il tutto a tutti ogni volta sarebbe deleterio, perciò un bel riassuntino velòsc velòsc, da dove tutti possano attingere, non è male.
Comincerei da dove ci siamo lasciati (con la maggior parte di voi), dal 1997, quando sono iniziati quei cinque anni di leva obbligatoria più comunemente chiamati scuole superiori. Son passato dalle bellezze della Pascoli (e i posteri mi danno ragione) agli indimenticabili brutti ceffi dell’ITIS Volta di Montesilvano. Cinque anni che però non potrò mai né dimenticare né tanto meno rinnegare, anche se per vedere una donzella dovevi per forza fare il sacrificio di filonare e andare 2 chilometri più a nord, dove il commerciale offriva un certo tipo di qualità (nonostante, dal quel maschissimo ITIS, sia uscita una delle più belle ragazze che io conosca).
Terminata l’avventura tra le mura di carton gesso di via Verrotti, si è partiti prima per Ibiza – dove il 33% delle mie cellule cerebrali sono rimaste sul comodino della stanza 11 del San Antonio Hotel – poi per Bologna – dove un altro 33% di cellule cerebrali sono andate via tra piazza Verdi, via Stalingrado, porta Saragozza et similia. Avevo iniziato con Ingegneria Informatica, ma Bologna l’è Bologna. In compenso, ho stretto amicizia con persone fastastiche (Daniel su tutte) e persone meno fantastiche.
A malincuore, torno nell’Abruzzo forte e gentile, e con lo stesso fare forte e gentile inizio il primo anno di Informatica a L’Aquila. Quel malincuore farà presto a scomparire e i motivi ce li ho davanti tutti i giorni, motivi che collaborano a sbriciolare anche l’ultimo 33% di materia cerebrale rimasta. Il primo anno, però, è stata davvero dura: come pena capitale per il mio esiguo sforzo didattico bolognese, un anno da pendolare non me l’ha tolto nessuno. E via ogni mattina alle 6,30 con mamma ARPA da Pescara a L’Aquila, avandendrè. Finché, l’anno dopo, non è salita pure mia sorella a L’Aquila ed ho preso casa in pianta stabile.
Poi è arrivata l’Udu e tuttoquellochecomporta. La mia immancabile voglia di fare qualcosa per ciò che mi circonda mi ha fatto buttare a capofitto in un’avventura della quale, oggi come oggi, non potrei fare a meno. Certo, comporta fatica, quindi tempo speso, ma speso più che bene. Ogni giorno lo passo a metà tra i libri e la trincea, ma è una responsabilità che ho scelto di prendermi poiché mi ritengo all’altezza della situazione. Spero solo di poter continuare a dimostrarlo.
Da questa avventura, che purtroppo un giorno finirà, ne è nata un’altra, che voglio non finisca mai, ed è lei: Elena. Un burbero, riservato e folle come me che si scioglie davanti ad un concentrato di amore e, digiamolo, follia. Non potrebbe essere altrimenti, conoscendo il sottoscritto.

E adesso?

Si sta per concludere il primo giro di boa: se nulla s’interpone, a marzo sentirò il profumo di alloro sopra la testa. Ma sarà solo l’inizio, perché poi, come ho detto nel post precedente, la strada è ancora in salita.
Potrà mai spaventarmi una strada così ripida dopo aver fatto 60 km a piedi (sì, nel frattempo m’è venuta voglia di camminare)?

*: [cit.]

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