Prendila di petto

Piccola premessa: questo è un post abbastanza lungo, trattasi della cronaca di due giorni piuttosto intensi. Quindi, se siete come Emiliano, prendetevi quei 15-20 minuti di break dal lavoro e buona lettura.

Il ritorno

Sabato pomeriggio è il giorno in cui io e la mia dolce metà ci riuniamo in quel di L’Aquila, dopo un’estate passata con 20-25 chilometri a separarci. Anche se i chilometri sono pochi e quest’estate abbiamo avuto più di un’occasione per vederci, la quotidianità di L’Aquila ci mancava parecchio. Vedersi tutti i giorni (o quasi) non è come vedersi una volta a settimana (o meno).
Verso le sei di sera la raggiungo nella sua nuova dimora, a Roio Poggio. E’ abbastanza nascosta dal caos cittadino, una bella casa dove poter passare delle ore insieme senza alcun tipo di disturbo (vuoi per studiare, vuoi per rilassarsi, vuoi per altro).
In vista di esami per entrambi, un piccolo periodo di relax, prima di dar vita allo stress che durerà un mese, sembra essere la ricetta giusta per iniziare il nuovo anno accademico.
Un pollo arrosto, dei pomodori e tante coccole sono il preludio ad una notte calma e tranquilla e ad una domenica nella quale possiamo pensare esclusivamente a noi due.
O almeno è quello che speravamo.

L’improvviso risveglio

Il caldo notturno ha disturbato il nostro sonno come meglio poteva, ma non ci siamo fermati davanti alla temperatura elevata. Il letto è largo una piazza e mezza e sembra contenermi senza problemi.
Alle sei del mattino, il fattaccio.
Mi sveglio di sobbalzo. Ho il petto trafitto da un dolore lancinante, come se sopra avessi avuto tutti gli elefanti del circo Orfei. Faticavo a respirare, anzi mi era quasi impossibile. Comincio a girarmi nel letto, da una parte e dall’altra. Niente: peggiora. Mi siedo sul letto, nel tentativo di calmarlo. Niente: stabile.
Nel frattempo Elena si sveglia e mi vede con una mano sul petto. Sbianca.
«Tutto bene, amore?»
«Non tanto, ho un dolore fortissimo al petto.»
Sono sudato. Tanto sudato. Elena corre in bagno a prendermi l’accappatoio per coprirmi ed evitare di peggiorare le cose. A stento riesco ad alzarmi e vado verso di lei. Infilo l’accappatoio, sembro uno di quei maniaci esibizionisti, ma sti gran cazzi.
Scendo nel salottino al piano inferiore, Elena mi porta un bicchiere d’acqua. Gli elefanti sul mio petto non vogliono saperne di andar via. La faccenda improvvisamente si complica. Anche sul braccio sinistro cominciano a salire gli elefanti. Formicolio a pelle, dolore forte dall’interno.
Elena chiama il 118. Comincia così il trambusto di una giornata che difficilmente dimenticheremo. Gli dicono di chiamare la guardia medica, a pagamento. 37 centesimi potrebbero non bastare, quasi neanche per farsi dire di richiamare il 118. Che ci comunica che non può arrivare dove abita Elena, ma che ci dobbiamo fare 500 metri a piedi.
In salita, per giunta.

La piazza di Roio Poggio

Arriviamo in piazza, il luogo più vicino dove il 118 ha detto di poter arrivare. Sì perché di farsi 500 metri in discesa – che per me erano in salita – non se la sono sentita. La piazza è deserta. A malapena scorgiamo una signora anziana ricurva ad annaffiare i suoi fiori sul balcone.
Dopo un ulteriore quarto d’ora d’attesa, si fa viva l’autoambulanza della Croce Rossa. Sono in tre lì davanti. L’autista, l’infermiere ed il medico. Scoprirò solo dopo che quello che apre il finestrino è il medico, che mi chiede con aria contrariata:
«Scusate ma non potevate chiamare un taxi?»
Aspetta, aspetta. Cosa? Un taxi? Secondo lui, se mi sento male e sto per crepare dovrei chiamare un taxi? La sua fortuna è in due cose: la prima, che stavo effettivamente male ed ero abbastanza vulnerabile; la seconda è che non ho avuto l’accortezza di leggergli il cartellino, altrimenti già sapreste il suo nome ed il suo cognome, non mi frega un cazzo delle querele.
Come se non bastasse, la seconda cosa che tiene a precisare il grande luminare è che Elena non può salire sull’autoambulanza.
«No, tu non sali. Devi rimanere qui.»
Cristo santo, ora le viene un colpo pure a lei, quanto meno un minimo di educazione non guasterebbe. L’autista nel frattempo scende e va a tranquillizzare Elena, dicendole anche che «siamo capitati male, che lui è sempre così, così burbero».
So soltanto che, a parti invertite tra me e Elena, quello che avrebbe avuto bisogno del taxi – e non il 118, eh – sarebbe stato il medico.
Elena cerca di trovare quindi un passaggio, mentre l’autoambulanza mi porta all’ospedale, lasciandola sola e impaurita nella piazza più desolata del centro Italia.

Il pronto soccorso

Arrivo e, fortunatamente, incontro persone più cordiali del medico di cui sopra, il quale non perdeva l’occasione per farsi lo splendido con le infermiere. Una di loro si avvicina e mi perfora il braccio destro, prima per i prelievi per le analisi, poi per la flebo fisiologica. Mi dicono che faranno tutti gli accertamenti. Mi chiedono cosa ho avuto e come è andata. Mi mettono su di una sedia a rotelle e mi portano in cardiologia.
La dottoressa è gentilissima, comincia anche a farsi un po’ di fatti miei, ma ci può, anzi ci deve stare. Mi dà una lezione lampo su come funziona l’aggeggio dal quale uscirà il mio ecocardiogramma. Dopo aver accuratamente fatto il suo dovere, mi assicura che è tutto regolare e che il lieve sospetto di pericardia è svanito.
Un’infermiera mi comunica che la sosta in cardiologia è terminata, prossima tappa: radiologia.

L’ascensore

Avevo mille domande che mi frullavano nel cervello, segno che non avevo nulla di rotto e che tutto procedeva per il verso giusto. Due domande, però, mi assillavano prepotentemente e dentro l’ascensore che mi stava portando al piano terra c’eravamo solo io e l’infermiera.
«Scusi, avrei due curiosità da togliermi. Posso?»
«Sì, dimmi pure.»
«La prima: ma è vero che nel caso in cui uno si senta male, devo chiamare il taxi e non il 118?»
L’infermiera, alle mie spalle, tace per cinque secondi.
«Ma chi glielo ha detto questo? Certo che no…»
«Il medico di turno che mi è venuto a prendere a Roio con l’ambulanza.»
«Ah. Ma per caso era uno…»
Segue descrizione dei tratti somatici del medico, il quale pare che abbia la fama di stronzo in ogni dove, dentro il San Salvatore di Coppito. Io confermo la sua descrizione e l’infermiera mi conferma che è un figlio di puttana. Non con queste parole, ovvio.
«Grazie. Una seconda domanda poi non la disturbo più. Io sono entrato alle 7,30 e una sua collega mi ha messo questa flebo. Sono passate 2 ore da allora e la flebo è pari a quando me l’hanno infilata nel braccio destro. E’ normale?»
Questa volta l’infermiera è di fronte a me e riesco a vedere lo sguardo sbigottito verso la flebo.
«Ma come? Non gliel’hanno aperta?»
«Ehm. Pare di no…»
«Vabè, tanto ora andiamo in radiologia, gliela toglieranno prima di entrare.»
Spero solo che non l’abbiano riutilizzata per qualcun altro. Di questi tempi la sanità abruzzese versa in gravissime condizioni e risparmiare sembra essere la parola d’ordine. Guai però a risparmiare sui medici stronzi.

L’arrivo di Elena

«Amore…»
Mi giro e la vedo affacciata alla porta del pronto soccorso, nella disperata ricerca di notizie sul mio stato di salute. La rincuoro, le dico che è tutto sotto controllo e che mi dovranno fare i raggi al torace. Non è niente.
La domanda che ci poniamo entrambi, però, è la stessa da almeno due ore: ma come è potuto succedere? Si susseguono ipotesi, anche le più maldestre e comiche, nel tentativo di trovare una risposta e di rilassare i nervi quanto più possibile.
Nel frattempo, ringrazio Mauro di averla accompagnata in ospedale, ma non sarà il solo ringraziamento che dovrò fargli. Torno dentro, in sala d’attesa, per i raggi. Ce la siamo vista brutta, ma qualche abbraccio e due battute sono bastate per farle tornare il sorriso.

Un lieto fine (o quasi)

Dal radiologo è andato tutto bene, sono piaciuti persino i miei consigli in ambito immobiliare che il radiologo stesso mi ha chiesto per quanto riguarda la mia città natale. L’attesa è stata un po’ turbolenta, movimentata dall’arrivo di una signora che, sotto il cartello Divieto assoluto di utilizzo dei cellulari, parlava a squarciagola con la figlia sugli ingredienti del pranzo quotidiano. La stessa che, ogni minuto, mi chiedeva “Ma c’è qualcuno dentro?”.
Mi dimettono alle 10.35. Mi fanno aspettare mezz’ora per alcune analisi e poi mi dicono di dover tornare il pomeriggio, dopo 6 ore, per gli enzimi cardiaci. Mauro mi accompagnerà prima a casa, poi di nuovo in ospedale e quindi in farmacia. Grazie mille volte e pure di più.

The day after

Il lunedì, dopo aver dormito a casa mia, decidiamo di riprendere quello che voleva essere un weekend tranquillo in quel di Roio. Arriviamo a casa di Elena e, istintivamente, mi viene da tornare sul luogo del delitto.
Mi sdraio sul letto e noto qualcosa di anormale. Avevo i piedi a quasi 15 centimetri sopra la mia testa e la testa piegata in avanti manco mi volessi allacciare le scarpe con la bocca. Illuminazione: ecco il motivo di tutto quel trambusto. Solo che la sera prima non c’era, altrimenti me ne sarei accorto e anche subito.
Controllo sotto al letto ed eccola lì, la risposta che ci assillava da 24 ore. Un piede del letto completamente ricurvo su se stesso, più della signora che annaffiava le piante la mattina prima, in piazza.
Io e Elena ci guardiamo, inconsapevoli sul da farsi. Ignari se dover ridere o dover piangere o dover mettersi ad urlare. Decidiamo che di disavventure, in due giorni, ne abbiamo avute anche troppe. Chiamiamo il suo padrone di casa, l’indomani sarà già a L’Aquila ad aggiustare il letto colpevole.
Abbraccio Elena e le prometto che le prossime 24 ore saranno più tranquille. Mi sorride.
Prendiamo l’82 e andiamo verso casa mia. Sull’autobus una calca infernale. L’AMA si riprende tutte le maledizioni del caso (un autobus ogni ora con 500 studenti ai precorsi, applausi). Passiamo i biglietti ad un ragazzo che è davanti all’obliteratore. Lui timbra, poi si gira e, con aria inebriata dall’atmosfera accademica dei precorsi, esclama.
«Eh eh, sono 7 euro
Lo guardo e più istintivamente di prima gli dico:
«Lu bardà, awà che n’è proprije jurnat. Damm ssi bbijitt e zitt.»
Traduco?

Morale della favola (che poi favola non è)

Non importa che tu sia studente fuori sede o un aquilano nativo. Ciò che importa è che se ti senti male, chiami il taxi. Che tanto in ambulatorio di flebo da sprecare ce ne sono quante ne vuoi.

P.S.: io praticamente vivo quotidianamente a 20 metri dall’ospedale, nella facoltà di Scienze. Vuoi che non lo ribecco a quel simpatico di un medico?

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