Everything is Bolt

Bolt è un detersivo, come ricorda Stefigno, per i panni.
Bolt è un cane supereroe che dà il nome al prossimo film d’animazione 3D della Walt Disney; un cane che si troverà a fare i conti con l’assenza degli effetti speciali che lo circondano nella sua abituale quotidianetà hollywoodiana. Il 28 novembre sarà in tutti i cinema italiani.
Bolt è un servizio di video e fotosharing, uno dei tanti figli di YouTube e di Flickr, che fa la sua modesta figura (specie per gente di un certo livello).
Bolt è un servizio di accessori per serramenti tutto italiano.
Usain Bolt è un atleta giamaicano, nato dal matrimonio tra il Vento e Carl Lewis, che può fare tantissime cose in nove secondi e sessantanove centesimi. E’ l’uomo dei prossimi 10 anni, come l’hanno apostrofato in tv. E’ l’uomo del quale Michael Johnson aveva detto «Batterà il mio record ma non qui a Pechino». E’ un uomo che può rompere qualsiasi limite con una facilità fuori da ogni concezione umana.
Così come è fuori dalla concezione umana il rimprovero del presidente del CIO Jacques Rogge nei confronti del Nipote del Vento, bacchettato perché un po’ irrispettoso nei confronti degli avversari.
Premettendo che non ho visto tutta questa mancanza di rispetto, a me Bolt ricorda tantissimo Mohammed Alì, con quell’aria un po’ strafottente, quella consapevolezza di essere il numero uno, quella chiara e precisa concezione che nessuno può far meglio di lui.
In barba alle tante malefatte cinesi che si sono alternate in questi giorni, Usain Bolt è l’unica autentica luce di questa olimpiade. Scintillante, veloce e vera. Non come i fuochi d’artificio della serata inaugurale.
Vera.

«Correre e’ un lavoro, che pero’ mi piace molto e per questo, quando vinco, cerco di far divertire anche il pubblico – dice il giamaicano – Ma non ho mai mancato di rispetto ai miei avversari, tanto che ho ottimi rapporti con tutti. E’ forse un male che mi piaccia molto cio’ che faccio? E’ solo il mio modo di essere, e non lo cambiero’ mai».
(Usain Bolt, ANSA, 23 agosto 2008)

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