DARInchiudere


Avevo in mente di scriverne già qualche tempo fa, ma ho esitato ricordando ciò che successe quando parlai male di gente come le Blog 27. Oggi leggo un pezzo sul blog di Alessio, il quale scatena in me una liberazione dal senso di colpa, mi fornisce un’ottima giustificazione per parlarne (e ora tutti coloro che vorranno prendermi a parole diranno “Tu e Alessio non kapite un kazzo!“).
Il fenomeno da baraccone del momento porta il nome di DARI, che esordiscono con un brano che neanche la miglior Cristina D’Avena allo Zecchino D’Oro: Wale (Tanto Wale). A prescidere dalle classiche domande e affermazioni che si possono fare in queste occasioni (ma chi si sogna di produrre ‘sta meba?, chi è il vostro parrucchiere, che gli presentiamo Joe Black?, se mio figlio tornasse così a casa lo manderei una settimana da Borghezio e via andare).
Il gruppo è composto da quattro tipi allegri e solari, vestiti di nero, truccati di nero, con le mutande nere e i denti neri. Il front-man sembra essere uscito da un meeting di Comunione e Liberazione per poi aver imboccato la strada sbagliata ed essere incappato, per sbaglio, nel primo negozio che smercia robe di Emily The Strange. Se agitando le dita in quel modo si rifacesse al ruotare le dita e unire le falangi del buon vecchio Elio, non mi verrebbe da consigliargli di trovare locazioni alternative dove posizionare le succitate dita.
La canzone è un inno alla poesia in tre atti, all’ultimo dei quali il cantante capisce che uno sfigato come lui non se lo tromba neanche Wale.

Wale dai ci sei? Wale dai domani cosa fai? /
terza volta che ti chiedo e non ci stai /
se Wale non mi vuoi / io mi faccio i cazzi miei.

Per poi concludere con parole forti che catturano l’emozione e ti fanno perfino apprezzare Mirko, il cantante ggiovane di Mai dire Martedì.

Il cellulare ce l’ho già spento /
perché per me sei troppo sbattimento.

Non bastava la disastrosa situazione rifiuti a rendere questo paese una vergogna. I Dari sentivano veramente il bisogno di dare il loro contributo.
Ridatemi i Gazosa. O, che ne so, il bimbo Gino.

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