La rinuncia della collettività

Stiamo male perché lo meritiamo.

Viviamo nel paese del proprio orticello, dell’esaltazione dell’io, dell’immoralità generale e Dio sa cos’altro. Viviamo in un posto fatto di persone senza scrupoli, in un paese dove il luogo comune è la verità e la verità un luogo comune. Siamo talmente tanto assuefatti dalla personalità e dalle convinzioni da voci di corridoio che ne siamo diventati meri schiavi, non riuscendone a fare a meno e percependo anche una sorta di piacere in tutto questo.

Abitiamo nell’era del tanto si risolve, della procrastinazione (in barba a quello che diceva Churchill), della delegazione, del vai avanti tu che a me viene da ridere. Una massa di persone che vivono alla giornata e che non pensano se non a prima di dopomani, non hanno futuro o se ce l’hanno è garantito da qualche situazione particolare. Poche sono le persone che riescono a costruirselo da solo e da loro bisognerebbe prendere esempio.

Viviamo nel paese che trema quando cambia il regolamento di Amici ma che allo stesso stempo se ne sbatte i maroni se al governo può ripresentarsi gente di stampo fascista. Siamo immersi in una realtà che ignora completamente il noi e fa predominare esclusivamente l’io.

Siamo quelli che prendono responsabilità se e solo quando serve, quando la questione si fa critica, quando non si può più tornare indietro, quando il danno ormai è fatto. Siamo coloro che hanno una capacità immensa di lamentarsi e di non mettere fine alle parole, che trovano difficoltà a passare ai fatti e a cercare di risolvere qualcosa. Siamo quelli del tanto c’è Tizio che lo fa, dei Ponzi Pilati.

Siamo nel paese che crede ancora a sistemi medioevali, retrogrado culturalmente, aperto solo quando si parla di calcio e di televisione, che permette di far diventare autorevole gente come Emilio Fede, che da ascolto e supporta le opinioni di persone come Calderoli. Siamo persone che invitano i killer nei talk show, che si permettono di mettere in discussione qualsiasi evidenza dei fatti, approfittandosi miseramente della libertà.

Siamo quelli delle voci di corridoio, i permalosi a priori, quelli che pretendono diritti a tutti i costi, anche assurdi talvolta, che vogliono dimostrare qualcosa ma non hanno le palle per farlo. Che si limitano alle chiacchiere sotto i baffi, alle offese a mezza bocca, alle dietrologie.

Siamo quelli della moda e della classificazione a tutti i costi, siamo quelli che ci piace etichettare le persone, che prendono per il culo e guai al viceversa, siamo coloro che si permettono di insultare persone meno abbienti ma che diventiamo conigli indifesi di fronte alle manifeste superiorità.

Ogni tanto nasce un pirla che vorrebbe mettere le cose a posto, un coglione che vorrebbe fare chiarezza e pensa alla collettività e non solo alla propria persona. Che parla usando noi, e non usando io. Che pensa alle chiappe di tutti (anche a quelle piatte) e non solo a quele sue. Che vorrebbe evitare che tutta la massa che lo circonda venisse perforata da una trave nell’ano e non solo in quello suo.

E subito viene etichettato come una persona in cerca di privilegi, una persona che potrebbe/dovrebbe farsi i cazzi suoi, una persona che farebbe meglio a farsi da parte, tanto non ci può fare niente. Una persona che lotta contro i mulini a vento, ma che cerca benefici per sé stesso.

Ed è lì che quella persona farebbe bene a lasciar perdere tutto. Ed è lì che viene messa a dura prova, sistema nervoso in primis. Ed è lì che gli verrebbe da dire ma chi cazzo me lo fa fare. Ed è lì che dovrebbe lasciare il resto della marmaglia in mano a gente ipocrita, priva di scrupoli e pronta a sfoderare metri, ma che dico metri, chilometri di lingua in ogni dove. Ed è lì che gli verrebbe voglia di prendere tutti e mandarli a fare in culo da coloro che coprono solo ai propri interessi, rinunciando a pensare all’intera collettività.

Ma avete sbagliato, mi dispiace: da queste parti le palle le abbiamo quadrate. Non saranno un paio di pregiudizi campati in aria a cambiare le carte in gioco. Continuate a pensar quel che volete, da queste parti si pensa anche ai coglioni come voi.

E un giorno fermatevi davanti allo specchio e chiedetevi se avete mai fatto qualcosa per gli altri e cosa ne avete tratto.
Se la risposta è e i risultati sono gratificanti, andate avanti così: avete preso la strada giusta.
Se la risposta è si e non vi gratifica neanche l’aria che respirate, non temete: arriverà il giorno in cui tutto ciò che avete fatto sarà sotto gli occhi e sulla bocca di tutti.
Se la risposta è no, andate a farvi fottere e cominciate a pensarla diversamente.

E, se sbaglio, ditemelo.

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