Patto per l’Università e la Ricerca, un furto legalizzato

Non è mai tardi per aprire gli occhi, ma potrebbe essere tardi per agire. Per questo motivo, è giusto dare risalto ad una vicenda che potrebbe gravare sugli studenti – vecchi e nuovi – dai prossimi anni accademici.

Lo scorso 2 agosto il Ministro dell’Università e Ricerca Fabio Mussi (che, perdonatemi, ma a me ricorda tanto Magnotta) e il Ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa hanno sottoscritto il cosidetto Patto per l’Università e la Ricerca.
Breve descrizione: trattasi di un piano di risanamento per la situazione finanziaria dell’università italiana, con aggiunta di un meccanismo di incentivazione dell’efficienza e dell’efficacia del sistema universitario, basando quest’ultimo su termini di meritocrazia (tanto cara a Montezemolo). Tanti bei paroloni, insomma, che in pratica si traducono in un solo concetto: aumento delle tasse.
Prima di stabilire cos’è giusto e cos’è sbagliato, diamo un’occhiata ai documenti relativi al Patto.

Patto per l’Università e la Ricerca (PDF, 87 KB);
Documento Commissione Tecnica per la Finanza Pubblica (PDF, 155 KB).

Balzano all’occhio due concetti abbastanza preoccupanti. Il primo riguarda l’autonomia degli atenei sull’aumento delle tasse:

Sarebbe inoltre auspicabile un ampliamento dell’autonomia degli atenei per quanto riguarda le tasse universitarie. In coerenza con il livello medio della contribuzione studentesca negli altri paesi europei, si suggerisce di consentire che gli atenei aumentino le tasse, fino ad un’incidenza pari al 25% del FFO, con vincolo di destinazione di almeno il 50% dei maggiori introiti ai servizi agli studenti e alle borse di studio per i meritevoli.

Il secondo riguarda le metodologia di risanamento per quelle università che hanno superato il tetto massimo del 90% dell’FFO:

La Commissione ritiene, inoltre, che misure specifiche vadano previste per gli atenei che hanno già superato il limite del 90% delle spese di personale sul FFO e sono in stato di potenziale dissesto perché negli ultimi due anni hanno avuto, al netto delle poste finanziarie, un saldo di bilancio negativo (ovviamente calcolando l’incidenza nel modo appena detto). Per queste Università va previsto l’obbligo di presentare un Piano di risanamento, da sottoporre all’approvazione congiunta del MUR e del MEF, di durata non superiore a 10 anni, compatibilmente con un livello di turn-over del 20% da calcolare in base ai costi medi.

che tradotto significherebbe limitare le assunzioni al 20% e obbligare le università italiane a far lievitare le proprie tasse fino al 25%.

Piccolo antefatto: nel novembre 2006, la CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) aveva allarmato il governo sulla situazione economica preoccupante nella quale versavano gli atenei italiani, molti dei quali erano a rischio di chiusura. Allora, si parlava di un buco da 1 miliardo di euro. Con il Patto, quel buco è stato colmato di 350 milioni di euro direttamente dalle tasche del Governo. E gli altri 650 milioni? Provate a indovinare.

La domanda da porsi è lecita: è giusto far gravare sulle tasche delle famiglie degli studenti un debito del genere? Ovviamente, no. Le questioni in ballo, però, sono due: l’aumento delle tasse e la meritocrazia.

Sulla vertiginosa ascesa delle tasse alla quale saremo soggetti a breve c’è poco da discutere: la mossa architettata dal duo Mussi-Padoa Schioppa fa rabbrividire non solo perché va a togliere dalle già vuote tasche degli italiani ulteriore danaro, ma anche perché quei soldi in più andranno divisi in modo totalmente diverso da quello attuale.
Basti pensare che le tasse universitarie sono interamente destinate ai servizi per gli studenti e al diritto allo studio (per il quale è prevista una quota regionale fissa annuale di 77,47 €). Perché quindi quel minimo 50%? E’ difficile credere che, con la totale autonomia delle università, queste non siano tentate dall’abbassare la quota destinata ai servizi per andare a colmare quel vuoto di cui sopra.

La questione della meritocrazia è più delicata, ma trova da me qualche punto a favore: è giusto premiare quegli studenti che – condizione economica a parte – danno un apporto solido, costante e significativo alla ricerca, o che comunque conseguono dei risultati rilevanti.
Ma che di premio si tratti, ovvero un qualcosa in più, che non vada a gravare e quindi a toccare ciò che agli altri spetta di diritto. Non si può togliere a tutti per dare a pochi.
Inoltre, devono continuare ad essere tutelati quegli studenti che hanno una situazione economica difficile dalla quale – non sempre – dipende il proprio rendimento.
E’ anche vero che la meritocrazia è un arma a doppio taglio: non è storia di oggi la discutibilità del metro di giudizio di alcuni professori. Quando a parlare sono i voti, la soggettività del giudizio non può essere trascurata.

In conclusione, non possiamo rimanere indifferenti di fronte ad un azzardo simile: i sacrifici fatti dalle famiglie, soprattutto da quelle meno benestanti economicamente, già toccano livelli astrali nella situazione corrente; non oso quindi immaginare lo scenario che si presenterà all’aumento delle quote universitarie: cercando di risolvere un problema se ne creano altri di dimensioni ben più grandi, e non è questa la soluzione migliore.
E una piccola postilla: la mia associazione, a livello nazionale (in quel di L’Aquila le acque si sono mosse quasi da subito), finora non ha espresso alcun tipo di parere in merito e la cosa mi imbarazza quel tanto che basta.
Apriamo gli occhi di fronte alle evidenze e cerchiamo soluzioni adeguate, dato che questo Governo di amico sta dimostrando di avere ben poco.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *