L’odore della colla

Passeggio per Amsterdam con un’amica, in visita per il weekend. Approfitto della sua presenza per sentirmi turista a casa mia. Un turista che non cerca stereotipi, ma sorprese. Un viaggiatore curioso che non aspetta di entrare al museo delle cere, ma che vuole perdersi nei cortili delle case dello Jordaan.
Lontano dagli odori dei fast food che affollano il centro, dai luoghi comuni che annebbiano i coffeeshop e dalle battute facili che abitano il Red Light District.

Abbiamo da poco attraversato Prinsengracht, all’altezza della casa di Anna Frank. Siamo circondati da concept store e botteghe di ogni tipo. Piccoli ristoranti con appena venti coperti. Caffè con due tavolini in strada e un bancone grande quanto l’intero locale. Rimaniamo perplessi di fronte all’alternanza di edifici storici e casermoni di cemento armato, una condanna per l’architettura del quartiere.
All’angolo tra Anjelierstraat e Eerst Tuindwarsstraat, poco distante dall’Egelantiersgracht, la mia amica nota qualcosa che la incuriosisce.
«Questo sembra essere un negozio per gatti.»
«Perché?» le chiedo dall’altra parte della strada.
«Guarda questa roba appesa al soffitto» mi risponde, indicando alcuni piccoli teli di lino bianco tenuti sospesi da fili metallici attaccati al soffitto.
Osservo incuriosito quei piccoli pezzi di tessuto bianco. Avvicinandomi, però, sento un odore che non lascia spazio a dubbi.

Distolgo l’attenzione dai teli e mi concentro sull’intera vetrina. Poco distante dalla grande finestra, scorgo uno scaffale con scarpe e stivali. Più in basso, c’è un bancone colmo di attrezzi e ritagli di cuoio. Alla destra dello scaffale, una macchina da cucire scura, di grandi dimensioni.

L’odore di colla si fa più intenso e si mischia a quello della vernice. Non basta una tipica finestra olandese a fermare quel profumo.
«È la bottega di un calzolaio.»
Lei osserva più attentamente, mentre io continuo a sbirciare all’interno. Dietro il bancone c’è un secondo locale, rialzato rispetto al terreno, così illuminato da mostrare gran parte del laboratorio. Ci sono quattro scaffali pieni di forme per scarpe, rigorosamente di legno, di ogni forma e taglia. Il piano di lavoro sbuca da dietro una parete. Intravedo un martello, due cesoie e una tenaglia.
«Sei sicuro?» mi chiede.
«Sì, ci sono cresciuto in una bottega del genere.»

Si è fatta sera. È sabato, quindi birra, pizza e poi via a fare baldoria. A cena si discute di diversi argomenti, dall’improbabile furto juventino del weekend scorso fino alle tecniche di parto utilizzate nei Paesi Bassi.
Su quest’ultimo tema, un amico sottolinea la mancanza di tatto che alcuni medici olandesi mostrano durante l’epilogo della gravidanza. Loda la delicatezza dei medici italiani tanto quanto accusa i metodi scortesi dei dottori del Noord-Holland.
«Sono degli scarpari!» ammonisce.
«Cosa sono gli scarpari?» chiede l’amica in visita.
«Dei calzolai.»
Faccio notare che sarebbe meglio non ironizzare in materia di calzolai, tentando di metterla in risate imitando Serse Cosmi.
E mentre sottolineo la differenza tra scarpari e calzolai – gli uni poco padroni del mestiere, gli altri veri artisti della calzoleria – gli 883 irrompono nello stereo della pizzeria e diventano padroni della scena. La mia mente, però, rimane fissa a quella definizione.

Il mestiere del calzolaio è una delle vittime illustri del consumismo. Invece di aggiustare un bel paio di scarpe, si preferisce comprarne di nuove. Potrebbe essere utilizzato come metafora per definire la nostra vita quotidiana.
Non siamo più abituati a riparare ciò che rompiamo. Piuttosto lo rimpiazziamo con qualcosa di nuovo. E non parlo soltanto di un paio di scarpe, o di un pantalone, o di una cinta. Relazioni, amicizie, rapporti di lavoro. Non ripariamo i danni dei nostri errori, ma tendiamo a compierne di nuovi.

In questo istante realizzo che quella del calzolaio è più di una metafora. È un messaggio. Qualcosa da condividere con tutti, da diffondere ai quattro angoli del pianeta. La mente corre alla mia modestissima reflex, alle storie che siedono dietro quei banconi, all’odore della colla e della vernice, al rumore secco e costante del martello che batte sui tacchi.

Ho una missione, e comincerò proprio da quella bottega all’angolo tra Anjelierstraat e Eerst Tuindwarsstraat. Comincerò da Nils Kalf.